Gaza, le donne e le famiglie che la guerra ha cambiato

Gaza, le donne e le famiglie che la guerra ha cambiato

A Gaza la guerra non ha distrutto soltanto case e infrastrutture. Sta modificando nel profondo anche la struttura delle famiglie e gli equilibri sociali sui quali si fondava la vita quotidiana.

Secondo i nuovi dati diffusi da UN Women, oggi quasi una famiglia su quattro nella Striscia è guidata da una donna: circa 86.290 nuclei familiari. Prima dell’ottobre 2023 il rapporto era di uno su nove. Dietro questa trasformazione ci sono vedove, ma anche donne i cui mariti sono dispersi, detenuti, gravemente feriti o dei quali non si conosce più il destino.

Sono migliaia di donne chiamate a decidere da sole come trovare cibo e acqua, ottenere assistenza, cercare un riparo e proteggere figli e anziani. Il 68% delle famiglie guidate da donne non dispone di un rifugio adeguato, contro il 55% di quelle guidate da uomini; il 74% ha visto la propria abitazione danneggiata o distrutta e, dall’ottobre 2023, queste famiglie sono state costrette a spostarsi mediamente otto volte.

Ma i numeri raccontano soltanto una parte della trasformazione in corso. Nel Mediterraneo la famiglia è da sempre anche rete di solidarietà, memoria e appartenenza. Nella società palestinese la sua frammentazione significa quindi colpire uno dei luoghi fondamentali attraverso i quali una comunità conserva identità e continuità.

Le donne si trovano oggi al centro di questa frattura: non soltanto vittime della guerra, ma custodi forzate di ciò che resta della normalità. Una condizione che non va trasformata nella retorica della resilienza o dell’emancipazione: molto spesso significa sostenere da sole un peso che prima era condiviso, in condizioni di estrema precarietà.

Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, secondo UN Women, la violenza non si è arrestata: fino al 28 luglio 2026 sono state uccise 246 donne e ragazze, una media di circa sei alla settimana.

Il futuro di Gaza passerà dunque anche da queste famiglie. Ricostruire non significherà soltanto rialzare edifici, scuole e ospedali, ma ricomporre relazioni, comunità e possibilità di futuro. Un processo che la comunità internazionale, nelle sue diverse espressioni, dovrà accompagnare senza sostituirsi alla società palestinese.

E il Mediterraneo non può limitarsi a osservare Gaza dall’altra sponda. Se vuole essere uno spazio di relazione e non soltanto una frontiera delle crisi, dovrà contribuire anche a questa ricostruzione sociale. Perché è dalla vita delle famiglie e dalla capacità delle comunità di ricomporsi che può cominciare il percorso di una pace destinata a durare.