Nel cuore di una terra devastata dalla guerra, dove interi quartieri sono stati cancellati e la morte sembra aver occupato ogni spazio possibile, la vita continua a cercare una forma per resistere. Dal 21 aprile, nella Striscia di Gaza, la Phoenix Library — Al-Ankaa, “fenice” in arabo — ha aperto le sue porte trasformando un cumulo di macerie in un luogo di incontro, memoria e sopravvivenza culturale.
Fondata da Omar Hamad e Ibrahim Massri, la libreria rappresenta molto più di uno spazio dedicato ai libri: è un atto di resistenza civile, una dichiarazione di esistenza nel mezzo di un conflitto che sembra voler cancellare non soltanto le persone, ma anche la possibilità stessa di immaginare un futuro.
La collezione della Phoenix Library è il risultato di oltre due anni di lavoro incessante. Hamad e Massri hanno recuperato i volumi tra le rovine dei palazzi bombardati, raccogliendo libri dispersi sotto le macerie e trasportandoli continuamente da un rifugio all’altro mentre l’avanzata dell’esercito israeliano ridisegnava, distruggendola, la geografia della Striscia. Ogni testo salvato è diventato così un frammento di memoria sottratto all’oblio, custodito durante la fuga e protetto come un patrimonio collettivo in un territorio in cui persino la parola scritta rischia di scomparire.
In questo contesto, la distruzione non riguarda soltanto edifici e infrastrutture civili. Sempre più studiosi, organizzazioni internazionali e osservatori utilizzano il termine “scolasticidio” per descrivere la demolizione sistematica del sistema educativo palestinese: scuole, università, biblioteche, archivi e luoghi di formazione colpiti insieme alle vite di studenti, insegnanti e accademici. A Gaza, dove molte istituzioni culturali ed educative sono state rase al suolo, la cancellazione materiale si intreccia con quella simbolica, colpendo la memoria e la continuità culturale di un intero popolo.
È proprio in questo scenario che la Phoenix Library assume un significato che supera quello di una semplice libreria. Documentata e sostenuta anche attraverso i social network, la sua apertura è diventata un simbolo della volontà di preservare conoscenza, identità e immaginazione nonostante la guerra.
Un segnale di un futuro possibile che, tra le macerie, continua a considerare il diritto alla cultura come parte essenziale della sopravvivenza umana.
