Accelerare per non lasciare indietro nessuno. Come l’automazione può diventare un ponte, non una trappola
AI generated

Accelerare per non lasciare indietro nessuno. Come l’automazione può diventare un ponte, non una trappola

C’è una tentazione, oggi, a trattare l’intelligenza artificiale e la robotica come una forza da rallentare. L’idea è comprensibile: se le macchine sostituiscono il lavoro umano troppo in fretta, intere generazioni potrebbero ritrovarsi con meno reddito e meno sicurezza proprio mentre i sistemi di welfare esistenti sono già sotto pressione. Meglio, si dice, procedere con cautela.

La teoria economica suggerisce però che, in certe condizioni, rallentare potrebbe essere più pericoloso che accelerare.

Il ragionamento parte da una semplice osservazione. I sistemi pensionistici di tipo redistributivo (come la previdenza sociale nella sua forma attuale) si basano sul fatto che i lavoratori di oggi pagano le pensioni di chi è già in pensione. Se l’automazione riduce in modo significativo il bisogno di lavoro umano prima che si siano costruiti dei capitali individuali sufficienti, le generazioni di transizione rischiano di trovarsi schiacciate: non più pienamente sostenute dal vecchio sistema, e non ancora protette da un nuovo sistema basato sul capitale accumulato. Si crea quella che gli economisti chiamano una trappola di povertà tecnologica: un periodo in cui l’innovazione, invece di liberare, rende più fragile chi si trova nel mezzo.

La via d’uscita che emerge dal modello non è quella di frenare l’automazione, ma di accompagnarla con una capitalizzazione precoce e ampia — conti individuali aperti fin dalla nascita, alimentati da contributi pubblici e privati — e, soprattutto, di investire rapidamente nelle infrastrutture energetiche e nelle tecnologie che rendono i robot più economici e affidabili. Più velocemente scendono i costi dell’energia e dell’automazione, più rapidamente si riduce il numero di generazioni che restano “incastrate” al livello minimo di protezione. In altre parole, accelerare certi investimenti può accorciare, non allungare, il periodo di vulnerabilità.

Non si tratta di un invito all’accelerazione indiscriminata. Il modello mostra che la politica ottimale è quella di concentrare risorse all’inizio: costruire i conti, abbassare il costo dell’energia e dell’automazione, e poi, man mano che i capitali individuali crescono e i costi dei servizi di cura e assistenza scendono, ridurre gradualmente i trasferimenti tradizionali. È un percorso delicato, che richiede di non lasciare indietro chi è già vicino alla pensione, ma che diventa più gestibile se la tecnologia procede più in fretta di quanto molti oggi temano.

Nel contesto mediterraneo questa prospettiva ha un peso particolare. Per secoli le nostre società hanno dovuto mediare tra scarsità di risorse, emigrazione e dipendenza da poteri esterni. Un’economia in cui una parte crescente dei servizi essenziali (cura degli anziani, logistica, parte della sanità) può essere fornita a costi legati soprattutto all’energia e ai materiali, piuttosto che al salario umano, cambia i termini del problema. Non elimina la politica, ma ne riduce alcuni vincoli più antichi.

Il punto non è che l’automazione sia automaticamente benevola. È che, una volta che essa diventa tecnicamente possibile su larga scala, il modo in cui la governiamo — e soprattutto la velocità con cui costruiamo le alternative al lavoro come unica fonte di sicurezza — determina se essa agisce da ponte o da frattura tra generazioni. I risultati del modello suggeriscono che, almeno su questo piano, la prudenza potrebbe non coincidere con il rallentamento.