A Oued Beht viene alla luce un terrapieno e fossato di 3.500-4.000 anni fa, poi rinforzati nel Medioevo da un’imponente struttura muraria
Nel cuore del Marocco nordoccidentale, su un crinale che domina il fiume da cui prende il nome, il sito di Oued Beht continua a restituire pezzi di una storia che si credeva perduta. Nella provincia di Khémisset, un’équipe internazionale di archeologi ha portato alla luce quello che oggi rappresenta il più antico sistema difensivo mai documentato in Nord Africa al di fuori della Valle del Nilo: un imponente terrapieno affiancato da un fossato, risalente a un periodo compreso fra 3.500 e 4.000 anni fa.
La scoperta arriva al termine della terza campagna di scavo dell’Oued Beht Archaeological Project (OBAP), avviato nel 2021 e diretto da Giulio Lucarini, Youssef Bokbot e Cyprian Broodbank. Al progetto collaborano l’Institut National des Sciences de l’Archéologie et du Patrimoine del Marocco (INSAP), il CNR, Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (CNR ISPC), l’Università di Cambridge e l’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente. I risultati, pubblicati in open access sulla rivista Libyan Studies, permettono di risolvere un interrogativo che si trascinava da quasi un secolo: la datazione e la funzione della grande area quadrangolare, situata nel settore meridionale del sito, erano, infatti, rimaste incerte fino ad oggi. Sotto la muratura visibile, gli archeologi hanno individuato un terrapieno e un fossato più antichi; diciassette nuove datazioni al radiocarbonio hanno permesso di ricostruire con precisione la sequenza costruttiva.
Non è la prima volta che Oued Beht cattura l’attenzione della comunità scientifica internazionale. Dal 2021 il sito è noto per un vasto insediamento di circa dieci ettari, databile fra la metà del IV e l’inizio del III millennio a.C. Una comunità che coltivava cereali e legumi, allevava bestiame e intratteneva contatti che arrivavano fino alla Penisola Iberica. Ceramiche dipinte, accette levigate e probabili fosse di stoccaggio avevano già raccontato di una società agricola solida e capace di gestire le proprie risorse su ampia scala.
Il nuovo ritrovamento sposta l’attenzione a un’epoca successiva, quella del Bronzo, e aggiunge un tassello fondamentale: la capacità organizzativa di queste comunità non si limitava alla produzione agricola, ma si estendeva a opere collettive di ingegneria e difesa. Il sistema sfruttava la conformazione naturale del crinale per bloccare l’accesso al settore meridionale dell’insediamento, rendendolo più facilmente difendibile. Dal Neolitico all’età del Bronzo, il nucleo centrale del sito sembra essersi spostato dall’area settentrionale, più aperta, verso lo sperone roccioso a sud, più protetto e facilmente difendibile: una scelta che presuppone pianificazione dello spazio, coordinamento del lavoro e, probabilmente, una crescente esigenza di sicurezza.
Le nuove datazioni permettono anche di collocare Oued Beht in un quadro mediterraneo più ampio. Nello stesso periodo, sull’altra sponda del Mediterraneo, nella Penisola Iberica meridionale, le comunità della cultura di El Argar si organizzavano in insediamenti fortificati e sviluppavano la metallurgia, in un processo di crescente complessità sociale. Un parallelo che suggerisce dinamiche condivise fra le due sponde del Mediterraneo occidentale in un’epoca ancora poco esplorata.
L’occupazione del sito non si è fermata all’età Bronzo. Sopra l’antico terrapieno gli archeologi hanno, infatti, individuato un’imponente struttura muraria in pietra di epoca medievale, coeva a una necropoli localizzata nel margine settentrionale del sito: la prova che Oued Beht venne nuovamente occupato, offrendo oggi anche nuovi elementi per ricostruire la storia delle comunità rurali del Maghreb medievale.
Il progetto è condotto in collaborazione con il Ministero della Gioventù, Cultura e Comunicazione del Marocco e con la comunità locale di Aït Siberne, ed è sostenuto dal CNR, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), dal McDonald Institute for Archaeological Research e dall’Università di Cambridge.
A guidare le ricerche, insieme a Bokbot e Broodbank, è Giulio Lucarini, ricercatore del CNR ISPC, docente di Preistoria e Protostoria all’Università di Napoli L’Orientale e socio ISMEO. Il suo percorso attraversa gran parte dell’Africa mediterranea e sahariana: dagli scavi nell’oasi di Farafra, in Egitto, alle ricerche sui siti neolitici della Tripolitania e Cirenaica libiche e della dorsale tunisina, fino ai progetti sulle origini della produzione alimentare nel Nord Africa che gli sono valsi una borsa Marie Skłodowska-Curie e una borsa Leverhulme all’Università di Cambridge. Una carriera costruita scavando all’ombra delle grandi civiltà del passato, per restituire voce a quelle comunità meno conosciute e raccontate.
Ed è proprio questo il filo conduttore che lega Oued Beht al lavoro di una vita: dimostrare che il Maghreb, per secoli considerata regione periferica, nelle dinamiche che hanno modellato gli sviluppi delle grandi civiltà mediterranee, era in realtà un protagonista attivo degli scambi e delle trasformazioni sociali del bacino del Mediterraneo durante la tarda preistoria.
“Oued Beht ci obbliga a guardare al Maghreb con occhi diversi. Già nel Neolitico, le numerose strutture destinate allo stoccaggio indicano una comunità capace di gestire e accumulare risorse su una scala che andava ben oltre il semplice spazio del sito. Più di un millennio dopo, il sistema difensivo dell’età del Bronzo rivela una capacità analoga di organizzare il lavoro e il territorio. Nel loro insieme, queste evidenze raccontano una società che non viveva ai margini delle trasformazioni del Mediterraneo, ma che aveva sviluppato forme articolate di organizzazione economica, territoriale e sociale. È questa, forse, la lezione più importante di Oued Beht: la capacità di una comunità di organizzare risorse, persone e territorio era molto più sviluppata di quanto finora riconosciuto per il Maghreb”, spiega Giulio Lucarini.
Con questa nuova scoperta, Oued Beht si conferma un laboratorio a cielo aperto per comprendere cinquemila anni di storia del Maghreb: dai primi agricoltori del Neolitico ai costruttori delle grandi opere del Bronzo, fino alle comunità che tornarono a vivere su queste colline in epoca medievale. Il crinale che per quasi un secolo ha custodito i suoi segreti, con ogni probabilità, ha ancora molto da svelare.


