La luce dura e abbacinante del deserto colpisce la pietra bianca del Monastero di Tibhirine, dove il silenzio della preghiera cristiana si fonde da secoli con il richiamo del muezzin. Un proiettore indipendente, nascosto in un seminterrato scampato alle macerie, fa danzare la polvere nel suo fascio bianco, salvando dall’oblio i fotogrammi di un Libano indimenticabile. Una vecchia barca di pescatori taglia un’acqua così blu da sembrare inchiostro, sospesa tra le scogliere granitiche di Capo Vaticano, mentre all’orizzonte il profilo vulcanico di Stromboli fa da guardiano mitologico alle rotte calabre, ponti naturali protesi verso le sponde d’Africa.
Il Mediterraneo non è una linea di demarcazione politica né una fredda coordinata sui radar di pattugliamento, è un immenso, ancestrale piano sequenza geopoetico. È il luogo in cui la luce – la stessa luce drammatica che accecava i personaggi di Antonioni, che incendiava la decadenza barocca de Il Gattopardo di Visconti, – si fa materia squisitamente teologica, rivelando le sottili simmetrie invisibili. Per decenni il cinema internazionale ha navigato queste terre, utilizzandole ora come un’utopia edenica in cui fuggire dalla storia – nel microcosmo di Mediterraneo di Salvatores – ora come teatro di una discesa metafisica e dolorosa come nello sguardo omerico di Theo Angelopoulos, ancora come rigore neorealista di Rossellini che in Paisà racconta l’epifania di una umanità condivisa, o nel silenzio di pietra di Banditi a Orgosolo, quando Vittorio de Seta trasforma il dramma di un pastore in fuga, in un’epopea tragica sul conflitto eterno tra la legge degli uomini e l’ancestrale codice della terra. Gli esempi sono straordinari e sarebbero interminabili.
Oggi, tuttavia, lo schermo non può più limitarsi a essere un fondale stravagante da cartolina o lo specchio passivo di una tragedia. In un’epoca di alienazione algoritmica, la settima arte ha un’urgente missione pedagogica e culturale: farsi laboratorio trans-spirituale. Condividere lo sguardo significa abbattere il letteralismo dogmatico, permettendo al misticismo del mondo arabo-musulmano e alla secolarizzazione cristiana di riconoscere punti di connessione, scambi edificanti, speranze condivise.
Pensare un cinema per il Mare Nostrum significa riscoprire la sponda opposta dell’alterità o dell’esilio, il riflesso necessario per comprendere chi siamo, là dove il mondo Occidentale per come lo abbiamo conosciuto e amato è sorto, quale culla della Magna Graecia, tracciando le sue linee vitali di democrazia, impegno civile, uguaglianza sociale, interiorità diffusa, segnando quell’alleanza arcana tra uomo e natura, la lettura ontologica, la chiave metafisica, il senso del limite (péras), inteso come forma, dignità e confine sacro che evita l’indistinto e l’eccesso (hýbris), il mito che supera l’intrattenimento borghese e diventa catarsi e salvezza.
Allora il superamento degli irrigidimenti identitari, dei devastanti drammi umanitari che consumano le acque a pochi metri dalle nostre coste, non possono unicamente portare a narrare la crisi. Appare necessario configurare una nuova alleanza ermeneutica. Il cinema del presente e del futuro può farsi promotore di un dialogo prima di tutto culturale e interreligioso, capace di andare oltre la superficie del dogmatismo teologico per attingere a quella mistica comune che unisce le tre religioni abramitiche. Il cinema nel Mediterraneo ha il dovere etico di trasformare l’immaginario dello scontro in visioni della prossimità, deve operare come una “scuola di pedagogia della pace”, dove l’altro non è il terminale di una minaccia securitaria o il corpo anonimo di una statistica migratoria, ma il custode di una parola speculare alla nostra. Mettere in connessione la ricerca dell’unità interiore del misticismo Sufi con lo Slow Cinema internazionale. Porre al centro della ricerca in primis la donna. Esiste una corrispondenza speculare tra l’iconografia mariana del cristianesimo mediterraneo (specie quello rurale della Calabria, della Sardegna o della Grecia) e la venerazione per la madre nel mondo arabo-musulmano, custode della pietà. Rahma è il termine arabo che condivide la radice linguistica profonda con la parola Rahim, ovvero grembo materno.
Se il cinema del passato – pur nella sua immensità – ha spesso relegato la donna mediterranea a icona passiva del lutto, una nuova e straordinaria generazione di registe donne della sponda sud e orientale sta compiendo una vera e propria rivoluzione copernicana. Attraverso i loro occhi, il cinema smette di essere lo specchio del conflitto patriarcale e si trasforma in un laboratorio profondo di accoglienza e riconciliazione.
Il panorama contemporaneo vede una costellazione di autrici che stanno scardinando i tabù identitari e mostrando che la sponda opposta non è il luogo della guerra, ma il riflesso necessario della propria anima. Ribadire una centralità al ruolo della donna nel cinema mediterraneo significa compiere una profonda operazione di de-colonizzazione e umanizzazione dello sguardo, protesa alle variegate sensibilità e diversità, all’insegnamento ecologico, nel rispetto dell’ambiente e della salute circolare, ai temi più innovativi quali il cyber-femminismo, la cura dei traumi bellici, la riorganizzazione del Sacro.
Le storie che il Mediterraneo ci offre, sono ancora tante e potenti, navigando in un mare che non ha padroni, né dogmi, né reti da pesca o frontiere capaci di trattenere lo spirito. Cambiano le parole, cambiano i nomi di Dio, ma finché ci sarà una macchina da presa disposta a trattenere tutta questa luce e tale prorompente, magica vastità, saremo passeggeri dello stesso viaggio, specchiati nella edificante, delicata, infinita promessa di dialogo e di pace.
