Cantare il Sabir, la lingua del mare
Nella foto Stefano Saletti - Autore foto Mario Coppola

Cantare il Sabir, la lingua del mare

Mi ha sempre affascinato l’idea che esistesse una lingua del Mediterraneo. Che oltre a melodie, tradizioni, strumenti perfino scale musicali, ci fosse anche una parola comune, una sorta di esperanto marinaro nato dall’incontro delle persone e non codificato a freddo. Si è parlata per secoli, dal 1300 fino al 1900, questa lingua. All’inizio era chiamata lingua franca barbaresca, perché parlata nella Barberia l’odierno Maghreb, e franca dai franchi per estensione tutti gli europei. Solo dopo la presa di Algeri da parte della Francia nel 1830 prese il nome di Sabir, probabilmente dallo spagnolo saber cioè conoscere. Una lingua che prende il proprio nome dalla conoscenza, che meraviglia, che univa italiano, francese, spagnolo e arabo, ma anche catalano, greco, occitano, veneziano, siciliano e turco.

La troviamo nel “Borghese gentiluomo” di Molière, una commedia balletto in musica andata in scena nel 1670. Il Mufti di Istanbul per farsi comprendere dall’ambizioso borghese Monsieur Jourdain gli parla in una lingua che lui può capire: la lingua franca barbaresca. “Se ti sabir, ti rispondir; se non sabir, tazir tazir. Mi star Mufti, ti qui star ti? Non intendir, tazir tazir”. Se lo sai rispondi, se non lo sai taci. Io sono il Mufti, chi sei tu? Non capisco, taci, taci. Eccolo il Sabir quando ancora non si chiamava così.

La troviamo descritta anche nel Don Chisciotte di Cervantes:
Lengua que en toda la Barbería,
y aun en Constantinopla,
se halla entra cautivos y moros,
que ni es morisca ni castellana
ni de otra nación alguna,
sino una mezcla de todas las lenguas,
con la cual todos nos entendemos.

Il Sabir è quello che in termini linguistici si definisce un pidgin, una lingua che nasceva per un uso commerciale, che non viene tramandata di generazione in generazione come la lingua creola, ma esaurisce la sua funzione nel momento dello scambio commerciale, nella condivisione di uno spazio su una nave, su un porto o al mercato, che però permette il dialogo, l’incontro, la comprensione.

Ma se la lingua era parlata, forse era anche cantata. Partendo da qui ho cominciato più di vent’anni fa una ricerca che mi ha fatto incontrare parole, modi di dire, frasi, poesie, preghiere in sabir. Un grande patrimonio comune: là dove sono nate le tre grandi religioni monoteistiche del mondo, dove ancora ci si combatte in nome di Dio, c’era una lingua che invece faceva parlare e incontrare marinai, pirati, pescatori, commercianti, chiunque amasse e vivesse questo mare antico.

Ho trovato diversi testi, sia in rete sia nei miei viaggi nel Mediterraneo, tra i quali un libro “La lingua franca barbaresca” di Guido Cifoletti, che è stato determinante anche perché contiene “Le dictionnaire de la Langue Franque ou petit mauresque“ pubblicato a Marsiglia nel 1830, un dizionario franco-sabir  dal quale attingere per trasformare le miei idee e i pensieri nella lingua del mare.

Una lingua bella da mettere in musica, dolce e semplice, con i verbi all’infinito, una grammatica essenziale e tante parole che alla fine non appartengono a nessuna lingua, ma sono la sintesi di tutte. Provate a leggerle ad alta voce: “Mi star aki, mi ablar Sabir” (sono qui, parlo Sabir), “qouesto libro star di mi” (questo libro è mio), “mi star contento mirar per ti” (sono felice di vederti).

Ho proceduto in diversi modi: ho musicato testi esistenti, ho preso frasi e le ho inserite in strutture armoniche e melodiche che avevo composto (o che appartenevano alla tradizione), ho scritto dei testi, li ho tradotti in francese e poi in sabir tramite il dizionario del 1830. Sulla pronuncia sono andato per ipotesi, immaginando il possibile suono delle sillabe, ma sempre cercando una musicalità.

Nei miei ultimi lavori “Mediterranima” (Materiali Sonori – 2025) e “Mediterraneo ostinato” (Finisterre – 2021) suonati con la Banda Ikona sono partito da miti, leggende, melodie, cantigas, filastrocche, ballate popolari e da spunti di autori che, seppur con grandi differenze di stili, hanno una comune matrice di mediterraneità: Calvino, Rumiz, Matvejevic, Pasolini, Kavafis, Machado, Rilke (per quanto mitteleuropeo fortemente ancorato allo spirito mediterraneo), il curdo Adbulla Goran, Rumi (che era persiano ma la cui poetica ha influenzato tanti autori mediterranei).

Scrive Rainer Maria Rilke:

Il suono largo del mare
scaccia le nostre ansie
e il suo respiro maestoso
ci restituisce il ritmo perduto
nella rincorsa quotidiana
con la vita

E nel brano “Boulegar” (che significa mescolare), lo cantiamo così:

Il sonar largo del marè
souprimar paoura di noi
il respirar grande donar
il rein perdir

Quanto di più mediterraneo c’è in queste parole? Perché l’anima mediterranea è nella grande letteratura, nelle poesie, nelle parole che ci uniscono, anche in mancanza di una lingua comune, da Omero in poi.

Così in “Ithaki”, cantiamo il pensiero di Kostantinos Kavafis:

(…) Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze. (…)
E se la ritrovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.

Qouando ti mettir in viagio per Ithàki
ti dévir désirar qué la strada star lounga
Sempré ti dévir tenir in testa Ithàki
di arrivar star pensiéré pensiéré fixato
Viator non avir camino
sé fazir camino al andar

Un viaggio che trova il suo fine non nell’arrivare alla meta, ma nel viaggio stesso.
E qui Kavafis incontra Antonio Machado che scrive: Caminante, no hay camino, / se hace camino al andar: viandante, non c’è un cammino, il cammino si fa andando.
Importante non è Itaca, ma la strada per arrivarci; poco importa la nostra destinazione se il viaggio ci renderà migliori, più esperti, più saggi, forse più forti ma in fondo anche più disillusi. Il cammino si fa camminando. Quasi contemporanei i due poeti raccontano uno dei sentimenti che uniscono il Mediterraneo: il valore dell’esperienza che nasce dall’incontro con l’altro e la forza del viaggio come conoscenza soprattutto interiore. E’ il viaggio di Ulisse che torna a casa, è il viaggio del migrante che parte in cerca di una vita nuova. Oltre duemila anni di storia e di viaggi nel Mediterraneo ci raccontano sempre lo stesso percorso.

La lingua del mare, il Sabir, ha un patrimonio infinito di storie da raccontare e cantare. E farlo mi fa sentire parte di una vicenda millenaria ancora tutta da scrivere.

Quando poi vado a suonare in giro per il Mediterraneo la gente sempre mi dice: non capiamo le parole ma è come se questa lingua ci appartenesse, come se fosse comunque parte di una comune anima mediterranea, magari perduta, ma che riaffiora in quelle sillabe che sanno di sale e mare, di un passato intrecciato che ci appartiene a prescindere dalla sponda sulla quale ci troviamo in questo momento.

Così la musica si snoda così come una sorta di colonna sonora del nostro quotidiano con suoni, voci, ritmi e storie che raccontano un viaggio immaginario tra la bellezza, il fascino, la forza di una tradizione millenaria che ancora emoziona, pur nella tragicità della cronaca contemporanea. E il Sabir diventa lo strumento per riannodare il filo di un dialogo possibile, perché “solo l’arte ci salva dall’odio”.

Il link per ascoltare “Mediterranima”: https://www.youtube.com/watch?v=nqs7qNkZTwk&list=OLAK5uy_l28qgHoW4NUDIxYBAjXBBdokc28BHSFoc

Il link per ascoltare “Mediterraneo Ostinato”:

https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_klX-2h92r_G0EhzZtGPnDHldZ7RQhMotk