Giovani di Tunisia e Marocco, salvare il Mediterraneo dalla plastica

Giovani di Tunisia e Marocco, salvare il Mediterraneo dalla plastica

L’appello dei giovani riuniti a Biserta contiene qualcosa che va oltre la pur importante volontà di liberare il Mediterraneo dalla plastica. Suggerisce un diverso modo di pensare il cambiamento.
Le azioni proposte – ridurre la plastica monouso, intervenire nelle scuole, monitorare l’ambiente, modificare i comportamenti di consumo, presentare progetti alle amministrazioni locali – hanno infatti una caratteristica comune: possono cominciare subito.
Di fronte a problemi globali siamo abituati a immaginare soluzioni altrettanto globali, affidate a grandi accordi, programmi internazionali e trasformazioni dei sistemi produttivi. Strumenti necessari, ma inevitabilmente complessi e spesso lontani dai tempi delle comunità.
I giovani di Biserta indicano una strada complementare: scomporre un problema enorme in cambiamenti possibili, vicini, verificabili e soprattutto replicabili.
È qui che la loro esperienza assume una dimensione mediterranea. Una scuola tunisina che sperimenta una soluzione può condividerla con una scuola marocchina, italiana, egiziana o greca. Un sistema di monitoraggio realizzato dagli studenti può diventare un modello comune. Un progetto accolto da un Comune può essere adattato da altre città costiere.
La cooperazione, in questo modo, non nasce necessariamente da un grande accordo, ma dalla circolazione delle pratiche.
Piccole azioni, se isolate, producono effetti limitati. Se diventano replicabili e vengono messe in relazione, possono invece costruire progressivamente un metodo: sperimentare, verificare ciò che funziona, condividerlo e adattarlo alle diverse realtà.
Nel Mediterraneo potrebbe veleggiare questa impostazione. Il mare unisce territori diversi ma esposti agli stessi problemi ambientali; proprio per questo può diventare uno spazio nel quale le comunità non condividono soltanto le emergenze, ma anche le soluzioni.
La potenzialità degli Ocean Youth Clubs sta dunque meno nella dimensione generazionale che nel metodo che possono contribuire a diffondere: trasformare la partecipazione in esperienza concreta e l’esperienza locale in patrimonio comune.
Non aspettare che tutto cambi per cominciare a cambiare qualcosa. E fare in modo che ciò che funziona in un luogo possa diventare possibile anche altrove.