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	<title>Mediterraneum Foundation</title>
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		<title>L’Egitto celebra Naguib Mahfouz a vent’anni dalla morte</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/08/31/legitto-celebra-naguib-mahfouz-a-ventanni-dalla-morte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 10:09:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>IL CAIRO – A vent’anni dalla morte, avvenuta il 30 agosto 2006, l’Egitto rende omaggio a Naguib Mahfouz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1988 e tra i maggiori protagonisti della&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IL CAIRO</strong> – A vent’anni dalla morte, avvenuta il 30 agosto 2006, l’Egitto rende omaggio a Naguib Mahfouz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1988 e tra i maggiori protagonisti della narrativa araba contemporanea.</p>
<p>Conferenze, mostre e incontri accompagneranno per un anno le celebrazioni promosse dal ministero della Cultura e dalle principali istituzioni culturali egiziane.</p>
<p>Il programma prende il via al Museo e Centro Creativo Naguib Mahfouz, nel cuore del Cairo islamico, nei pressi della moschea di Al Azhar, con la presentazione dell’“Anno Naguib Mahfouz”. Tra le prime iniziative, la mostra <strong>“Naguib Mahfouz. Dal tentato assassinio alla partenza. Una lettura nella stampa egiziana”</strong>, curata dal direttore del Museo Tarek Al Taher. Attraverso giornali e riviste dell’epoca, l’esposizione ripercorre gli anni compresi tra l’attentato subito dallo scrittore nel 1994 e la sua morte nel 2006.</p>
<p>Spazio anche al legame profondo tra Mahfouz e la capitale egiziana con l’incontro <strong>“Il Cairo di Naguib Mahfouz”</strong>, che comprende una visita al museo, la proiezione del film <em>Darb Qarmiz</em> e letture da <em>Storie dal nostro quartiere</em>.</p>
<p>Le celebrazioni intendono ricordare lo scrittore e riportare al centro della vita culturale egiziana un’opera nella quale il Cairo, i suoi quartieri e i suoi abitanti diventano il racconto di un’intera società e delle sue trasformazioni.</p>
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		<title>A Giza l’arte contemporanea dialoga con l’eternità</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/08/27/a-giza-larte-contemporanea-dialoga-con-leternita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 11:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>IL CAIRO – Tra le Piramidi di Giza, dove il Mediterraneo incontra una delle sue memorie più antiche, l’arte contemporanea torna a interrogare il tempo. Dal 4 al 28 novembre, la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IL CAIRO –</strong> Tra le Piramidi di Giza, dove il Mediterraneo incontra una delle sue memorie più antiche, l’arte contemporanea torna a interrogare il tempo. Dal 4 al 28 novembre, la sesta edizione di <em>Eternity Is Now</em> affiderà allo sguardo delle donne un dialogo simbolico tra civiltà, memoria e futuro.</p>
<p>Artiste egiziane, francesi, americane, cinesi e anglo-giamaicane porteranno sull’altopiano installazioni pensate per confrontarsi direttamente con la monumentalità delle piramidi. Opere collocate in un luogo archeologico, presenze contemporanee chiamate a misurarsi con la geometria, il mistero e l’idea stessa di eternità.</p>
<p>In questa prospettiva Giza diventa uno spazio di incontro, dove la memoria dialoga con l&#8217;interpretazione della contemporaneità. Insieme nella costruzione di un metalinguaggio capace di parlare al presente e di mettere in relazione sensibilità e culture differenti. Lo sguardo femminile introduce una nuova chiave di lettura, interrogando concetti universali come eredità, trasformazione, appartenenza e continuità.</p>
<p>È forse questo il significato più mediterraneo di <em>Eternity Is Now</em>: fare della cultura un luogo nel quale le differenze non si cancellano, ma entrano in relazione. Tra Oriente e Occidente, passato e contemporaneità, identità locali e linguaggi globali, l’arte costruisce uno spazio comune.</p>
<p>Promossa da Art of Egypt, la mostra restituisce così alle Piramidi una funzione ulteriore: non soltanto testimonianza di una grande civiltà, ma luogo vivo di dialogo tra le sponde, capace di ricordare che il Mediterraneo, prima ancora che un confine geografico, è uno spazio millenario di incontri, contaminazioni e memoria condivisa</p>
<p><b><a href="https://artdegypte.org/" target="blank">https://artdegypte.org/</a></b></p>
<hr />
<h3><strong>في الجيزة، الفن المعاصر يحاور الأبدية</strong></h3>
<p><strong>القاهرة –</strong> بين أهرامات الجيزة، حيث يلتقي البحر الأبيض المتوسط بإحدى أقدم ذاكراته، يعود الفن المعاصر ليتساءل عن الزمن. ومن 4 إلى 28 نوفمبر، توكل الدورة السادسة من <em>Eternity Is Now</em> إلى الرؤية النسائية مهمة إقامة حوار رمزي بين الحضارات والذاكرة والمستقبل.</p>
<p>ستقدم فنانات مصريات وفرنسيات وأمريكيات وصينيات وبريطانيات من أصول جامايكية أعمالاً تركيبية على هضبة الجيزة، صُممت للدخول في مواجهة مباشرة مع الطابع المهيب للأهرامات. أعمال تُقام في فضاء أثري، وحضور معاصر يختبر علاقته بالهندسة والغموض وفكرة الأبدية ذاتها.</p>
<p>ومن هذا المنظور، تتحول الجيزة إلى فضاء للقاء، حيث تتحاور الذاكرة مع قراءات الحاضر، وتساهمان معاً في بناء <strong>لغة تتجاوز اللغات</strong>، قادرة على مخاطبة زمننا وإقامة جسور بين حساسيات وثقافات مختلفة. وتضيف الرؤية النسائية مفتاحاً جديداً للقراءة، من خلال مساءلة مفاهيم إنسانية شاملة مثل الإرث والتحول والانتماء والاستمرارية.</p>
<p>ولعل هذا هو المعنى الأكثر متوسطية في <em>Eternity Is Now</em>: أن تصبح الثقافة فضاءً لا تُمحى فيه الاختلافات، بل تدخل في علاقة وحوار. وبين الشرق والغرب، والماضي والحاضر، والهويات المحلية واللغات العالمية، يبني الفن مساحة مشتركة.</p>
<p>وبمبادرة من <strong>Art of Egypt</strong>، تمنح هذه التظاهرة الأهرامات وظيفة إضافية: فهي ليست مجرد شاهد على حضارة عظيمة، بل فضاء حي للحوار بين ضفتي المتوسط، يذكّرنا بأن هذا البحر، قبل أن يكون حدوداً جغرافية، هو فضاء يمتد عبر آلاف السنين من اللقاءات والتفاعلات والذاكرة المشتركة</p>
<p><b><a href="https://artdegypte.org/" target="blank">https://artdegypte.org/</a></b></p>
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		<title>La Madonna senza frontiere</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/08/24/la-madonna-senza-frontiere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Messina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 16:21:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Trapani a La Goulette, è la storia di una devozione che il Mediterraneo non ha mai diviso Ci sono luoghi nei quali il Mediterraneo smette di essere una frontiera&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://mediterraneum.foundation/2026/08/24/la-madonna-senza-frontiere/">La Madonna senza frontiere</a> proviene da <a href="https://mediterraneum.foundation">Mediterraneum Foundation</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da Trapani a La Goulette, è la storia di una devozione che il Mediterraneo non ha mai diviso Ci sono luoghi nei quali il Mediterraneo smette di essere una frontiera e torna a essere quello che è sempre stato: una strada.</p>
<p>La Goulette, porto di Tunisi, è uno di questi luoghi. Qui, sulla sponda africana, la Sicilia non è soltanto una terra che si intravede idealmente oltre il mare. È una memoria depositata nelle strade, nei cognomi, nelle parole, nelle architetture, nelle storie familiari. E soprattutto in una statua: la Madonna di Trapani.</p>
<p>Ogni 15 agosto, nel quartiere conosciuto come la Piccola Sicilia, la celebrazione dell&#8217;Assunta riporta alla luce una storia migratoria che ha attraversato l&#8217;Ottocento, il Novecento e ora il nuovo secolo. Una storia fatta di pescatori, artigiani, commercianti, famiglie e lavoratori siciliani che attraversarono il Mediterraneo non per turismo ma per cercare un futuro.</p>
<p>La Madonna venne con loro. Non fu soltanto un&#8217;immagine sacra trasportata da una comunità emigrata. Diventò, con il passare del tempo, un punto di riferimento per una città nella quale cristiani, musulmani ed ebrei vivevano fianco a fianco. La sua festa finì così per superare i confini della confessione cattolica, assumendo una dimensione popolare e comunitaria che ancora oggi rende La Goulette un caso quasi unico nel Mediterraneo.</p>
<p>Una statua arrivata con i migranti. La storia della Madonna di Trapani a La Goulette comincia nell&#8217;Ottocento, quando la presenza siciliana in Tunisia cresce in maniera significativa.</p>
<p>A portare il culto furono soprattutto i migranti provenienti dalla Sicilia occidentale. La Goulette, porto naturale di Tunisi, divenne uno dei principali luoghi di insediamento della comunità italiana e siciliana. La concentrazione di famiglie provenienti dall&#8217;Isola fu tale da far nascere il nome di Petite Sicile, Piccola Sicilia.</p>
<p>La Madonna rappresentava una continuità con il luogo lasciato alle spalle. Una sorta di casa portata con sé.</p>
<p>Ma sarebbe riduttivo interpretare questa devozione soltanto come una forma di nostalgia degli emigrati. La ricerca storica e antropologica ha mostrato come il culto della Madonna di Trapani sia diventato a La Goulette un fenomeno molto più complesso: una pratica religiosa capace di attraversare appartenenze diverse.</p>
<p>Secondo gli studi di Carmelo Russo, la processione è documentata almeno dalla fine dell&#8217;Ottocento e, in particolare, dal 1885. Intorno al simulacro si incontravano cattolici di diversa provenienza, musulmani ed ebrei. La statua veniva portata per le strade e, in passato, il percorso arrivava fino al porto e al mare, quasi a restituire alla comunità dei pescatori la protezione della Vergine sulle acque che garantivano il lavoro e la sopravvivenza.</p>
<p>Era una processione, ma anche una geografia della comunità. La Madonna attraversava lo spazio pubblico e, attraversandolo, lo rendeva condiviso. Una Madonna per chi parte e per chi resta: È forse questo il tratto più sorprendente della storia di La Goulette. La Madonna di Trapani era arrivata in Tunisia con uomini e donne che avevano attraversato una frontiera. E, nel corso del tempo, è diventata il simbolo di una comunità composta proprio da persone che quella frontiera la vivevano ogni giorno.</p>
<p>I siciliani erano arrivati dal mare. I tunisini vivevano dall&#8217;altra parte dello stesso mare. Francesi e maltesi completavano un mosaico umano particolarmente complesso. La città era un luogo di incontro, ma anche di disuguaglianze, tensioni, dominazioni e trasformazioni politiche.</p>
<p>In questo contesto la devozione mariana assunse un significato che andava oltre il rito.</p>
<p>Le testimonianze raccolte dagli studiosi raccontano di musulmani ed ebrei che partecipavano alla festa, di persone che si avvicinavano al simulacro per chiedere una grazia, di pescatori che affidavano alla Vergine la propria sorte. La richiesta poteva riguardare una malattia, una gravidanza, un figlio, un matrimonio, il ritorno sicuro di un uomo dal mare.</p>
<p>La fede, in questi casi, non cancellava le differenze religiose. Le rendeva semplicemente meno importanti davanti a una necessità umana.</p>
<p>È una distinzione fondamentale. La Madonna di Trapani non è diventata interreligiosa perché le religioni si sono confuse tra loro. È diventata un luogo di incontro perché uomini e donne appartenenti a religioni diverse hanno riconosciuto nella figura della Vergine un&#8217;immagine di protezione, di maternità e di speranza.</p>
<p>Il mare come strada, non come muro: Il mare è il vero protagonista di questa storia.</p>
<p>Per i siciliani dell&#8217;Ottocento era la distanza da attraversare. Per i pescatori era il luogo del lavoro e del rischio. Per la Madonna era il punto verso il quale arrivava la processione. Oggi è diventato una delle immagini più drammatiche della contemporaneità: il Mediterraneo delle migrazioni, dei naufragi, delle partenze e dei respingimenti.</p>
<p>Ed è proprio qui che la vecchia storia della Madonna di Trapani acquista un significato nuovo.</p>
<p>La Vergine è una migrante. È arrivata da una sponda all&#8217;altra del Mediterraneo insieme a uomini che cercavano lavoro. È stata accolta in un quartiere dove vivevano comunità differenti. È rimasta quando molti di coloro che l&#8217;avevano portata con sé sono ripartiti.</p>
<p>Oggi, davanti alla stessa statua, pregano anche cristiani provenienti dall&#8217;Africa subsahariana. Sono loro, in larga misura, a rappresentare la nuova comunità cattolica di La Goulette. Il volto della migrazione è cambiato, ma il movimento continua.</p>
<p>La storia sembra così ripetersi, con protagonisti diversi. Prima erano i siciliani diretti verso sud. Oggi sono uomini e donne africani che guardano verso nord. In mezzo, la Madonna continua a restare. Dalla grande processione al silenzio: La storia della festa, però, non è stata lineare.</p>
<p>Dopo l&#8217;indipendenza tunisina e la progressiva riduzione della presenza europea, il contesto politico e sociale cambiò radicalmente. La grande processione venne interrotta e per decenni il simulacro rimase dentro la chiesa.</p>
<p>Le testimonianze ricordano l&#8217;antico corteo come una manifestazione popolare imponente, capace di richiamare persone appartenenti a comunità differenti. La statua arrivava fino al mare, benediceva simbolicamente le barche e chiudeva una stagione dell&#8217;anno legata al lavoro dei pescatori.</p>
<p>Poi arrivò il silenzio. La comunità italiana si ridusse drasticamente e quella che era stata una festa collettiva divenne soprattutto una memoria custodita dai pochi fedeli rimasti.</p>
<p>Nel 2017, dopo decenni, la tradizione è tornata a riaffacciarsi nello spazio pubblico, inizialmente in forma simbolica e circoscritta. Nel 2023 la statua è stata nuovamente accompagnata in un breve percorso fino alla municipalità, in un evento che ANSA definì storico proprio per il significato di quella ripresa dopo l&#8217;interruzione del 1962.</p>
<p>Nel 2026 il ritorno ha assunto una dimensione ancora più evidente: la statua è uscita nuovamente dalla chiesa e ha attraversato la Piccola Sicilia, raggiungendo il murale dedicato a Claudia Cardinale.</p>
<p>Claudia Cardinale e una piazza che racconta un secolo: Davanti alla chiesa c&#8217;è un altro simbolo di questo straordinario incrocio di identità. È il grande murale dedicato a Claudia Cardinale, nata e cresciuta proprio a La Goulette. La sua presenza sulla facciata di un edificio sembra quasi una didascalia visiva della storia del quartiere. Da una parte c&#8217;è la Madonna arrivata dalla Sicilia con i migranti. Dall&#8217;altra c&#8217;è una ragazza nata in Tunisia da una famiglia italiana, diventata una delle grandi protagoniste del cinema internazionale.</p>
<p>Due storie diverse, ma unite dallo stesso mare. Quando il simulacro attraversa oggi quella piazza, passa sotto lo sguardo dipinto di Claudia Cardinale. È un&#8217;immagine potentissima: la Sicilia religiosa e popolare, la memoria dell&#8217;emigrazione, il cinema, la Tunisia e il Mediterraneo contemporaneo si ritrovano nello stesso spazio.</p>
<p>Gli youyous e il linguaggio della festa: C&#8217;è poi un altro elemento che racconta più di molti discorsi la natura particolare della festa: il suono.</p>
<p>Quando la statua esce dalla chiesa, agli inni e alle preghiere cristiane si uniscono gli youyous, le grida di festa tradizionalmente utilizzate dalle donne in molte società arabe.Applausi e gli youyous accolgono la statua mentre attraversa il piazzale.</p>
<p>È un dettaglio apparentemente marginale. In realtà racconta una forma di contaminazione culturale molto più profonda. La festa non si svolge in Sicilia riprodotta artificialmente in Tunisia. È una festa tunisina che conserva un&#8217;anima siciliana.</p>
<p>Questa differenza è essenziale. La memoria non sopravvive quando viene imbalsamata. Sopravvive quando riesce a cambiare senza perdere il proprio significato. La Madonna e la dignità dell&#8217;uomo: Nel 2026, l&#8217;arcivescovo di Tunisi Nicolas Lhernould ha portato nella celebrazione un tema che sembra quasi naturale per una Madonna arrivata attraverso il mare: la dignità della persona.</p>
<p>Nella sua omelia ha parlato del diritto di ogni individuo a essere riconosciuto, a vivere senza violenza, in un ambiente sano e nella pace, fino al diritto di partire o di restare. Sono parole che spostano il significato della festa dal passato al presente. Il tema della partenza, infatti, non appartiene soltanto alla storia dei siciliani. Partire può essere una scelta oppure una necessità. Restare può essere un diritto oppure una condanna. Tra queste due condizioni si muove la storia di milioni di persone che hanno attraversato e continuano ad attraversare il Mediterraneo. Per questo la Madonna di Trapani a La Goulette può essere letta come una figura di frontiera. Non perché separi due mondi, ma perché li mette in relazione.</p>
<p>Vatican News ha raccolto proprio in questi mesi le parole di Lhernould sul valore della fraternità concreta costruita attraverso la collaborazione tra cristiani e musulmani, soprattutto nell&#8217;accoglienza dei migranti e delle persone più fragili. In quella stessa riflessione l&#8217;arcivescovo cita esplicitamente la processione della Madonna di Trapani, ricordando che la statua fu portata a La Goulette dai migranti siciliani nell&#8217;Ottocento.</p>
<p>È difficile immaginare una definizione più efficace del significato contemporaneo di questa festa.</p>
<p>La memoria non appartiene più soltanto ai siciliani. C&#8217;è un paradosso nella storia della Madonna di Trapani a La Goulette. È una Madonna siciliana che oggi vive in un luogo nel quale i siciliani sono diventati una presenza molto più piccola rispetto al passato. Ma forse proprio questo paradosso ne ha garantito la sopravvivenza. La statua non è rimasta prigioniera della nostalgia. Ha cambiato comunità di riferimento.</p>
<p>I pescatori siciliani sono stati sostituiti da nuove generazioni di fedeli. La comunità italiana si è assottigliata. La presenza cristiana è diventata sempre più africana. Eppure il rito continua a parlare.</p>
<p>È la dimostrazione che la memoria non è necessariamente conservazione del passato. Può essere trasformazione. La Madonna che un tempo proteggeva i pescatori della Piccola Sicilia oggi può parlare ai migranti africani, alle famiglie tunisine, ai pochi discendenti degli italiani, ai visitatori, ai curiosi e a chiunque riconosca in quella processione qualcosa che appartiene a tutti: il bisogno di essere protetti, accolti, riconosciuti.</p>
<p>Una storia mediterranea. La storia della Madonna di Trapani a La Goulette non è dunque soltanto una storia religiosa. È una storia di migrazione. È una storia siciliana. È una storia tunisina. È una storia italiana. È una storia cattolica, ebraica e musulmana. Ed è soprattutto una storia mediterranea.</p>
<p>Il Mediterraneo, in questa vicenda, non è il confine che divide l&#8217;Europa dall&#8217;Africa. È lo spazio nel quale identità diverse si sono incontrate, scontrate, mescolate e trasformate.</p>
<p>La Madonna ha compiuto quel viaggio che milioni di persone hanno compiuto prima e dopo di lei: ha attraversato il mare. E forse è proprio questo il motivo per cui continua a essere così attuale.</p>
<p>In un tempo nel quale il Mediterraneo viene spesso raccontato attraverso muri, frontiere, respingimenti e naufragi, la Madonna di Trapani racconta una storia opposta: quella di un&#8217;immagine che ha attraversato un confine e, una volta arrivata dall&#8217;altra parte, non ha più voluto tornare indietro.</p>
<p>È rimasta. E diventando tunisina senza smettere di essere siciliana, ha finito per appartenere a tutti.</p>
<p>Un racconto che continua anche attraverso il cinema È questa complessità — religiosa, storica, migratoria e profondamente mediterranea — che la Mediterraneum Foundation ETS ha scelto di raccontare anche attraverso il cinema. La Fondazione ha infatti in produzione un documentario cinematografico dedicato alla Madonna di Trapani a La Goulette, con l&#8217;obiettivo di ricostruire attraverso testimonianze, immagini, memoria e presente la storia di questo straordinario ponte tra la Sicilia e la Tunisia.</p>
<p>Il film nasce dalla consapevolezza che dentro quella statua non c&#8217;è soltanto una devozione religiosa.</p>
<p>C&#8217;è la storia di un popolo partito. C&#8217;è la memoria di una comunità che ha lasciato tracce dall&#8217;altra parte del mare. C&#8217;è una città che ha cambiato volto. Ci sono cristiani, musulmani ed ebrei che per generazioni hanno condiviso una festa. E ci sono oggi nuovi migranti che raccolgono, quasi inconsapevolmente, il testimone di quei siciliani che un tempo partirono nella direzione opposta. La Madonna di Trapani continua così il suo viaggio. Non più soltanto da Trapani a La Goulette. Ma dal passato al presente.</p>
<p>E forse, soprattutto, da una frontiera all&#8217;altra, ricordandoci che il Mediterraneo può essere ancora — e prima di tutto — un luogo nel quale gli uomini si incontrano.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gibellina, capitale italiana dell&#8217;arte contemporanea 2026</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/08/10/gibellina-capitale-italiana-dellarte-contemporanea-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Emanuela Ingoglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 21:29:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capitale, ancora una volta, dell’arte dell’incontro e del dialogo culturale tra la Sicilia e la Tunisia. Nell&#8217;ex chiesa di Santa Caterina sede del Museo del Grande Cretto di Alberto Burri,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://mediterraneum.foundation/2026/08/10/gibellina-capitale-italiana-dellarte-contemporanea-2026/">Gibellina, capitale italiana dell&#8217;arte contemporanea 2026</a> proviene da <a href="https://mediterraneum.foundation">Mediterraneum Foundation</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Capitale, ancora una volta, dell’arte dell’incontro e del dialogo culturale tra la Sicilia e la Tunisia. Nell&#8217;ex chiesa di Santa Caterina sede del Museo del Grande Cretto di Alberto Burri, sarà ospitata, da 5 al 24 settembre, la mostra fotografica &#8220;Terre di Sicilia e Tunisia &#8211; Memorie condivise&#8221;, un percorso espositivo che racchiude in sé memoria, fotografia contemporanea e cultura del Mediterraneo.<br />
A pochi passi dal Cretto di Burri, la più grande opera di land art d&#8217;Italia, all’interno dell&#8217;edificio sacro rimasto in piedi dopo il terremoto del Belice del ‘68, le due sponde del Mediterraneo si uniranno attraverso il linguaggio universale della fotografia.<br />
“Il gemellaggio fotografico &#8211; dice Paolo Rizzo, ideatore del progetto &#8211; vuol essere un contributo socio culturale con il linguaggio delle immagini per rinverdire gli antichi legami e le tante similitudini che questi due paesi hanno in comune”.<br />
A Gibellina, terra delle “trame mediterannee”, ideate da Ludovico Corrao, il sindaco visionario della ricostruzione post terremoto che fece di Gibellina luogo d’arte e di incontro tra popoli, a incontrarsi e a contaminarsi<br />
saranno tracce fotografiche della Sicilia e dell’ Africa che rivelano l’esistenza di una comune matrice culturale.<br />
La mostra, con ingresso gratuito, sarà inaugurata il 5 settembre, alle 17,30, e sarà fruibile tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle 10 alle 12,30 e dalle 16 alle 18,30.<br />
“Gibellina &#8211; dice il sindaco Salvatore Sutera &#8211; accoglie la mostra fotografica, che è soprattutto un progetto in cui a dialogare sono due sponde dello stesso mare, attraverso lo sguardo di fotografi che hanno scelto di raccontare la vita quotidiana, fatta di gesti semplici, volti, mercati, silenzi e speranze”.<br />
La mostra, ideata dall&#8217;associazione trapanese “I Colori della vita” e dall&#8217;associazione tunisina “Didon &amp; Enée”,<br />
con il contributo dell’Associazione “Percorsi e Morsi”, racconta il patrimonio umano, agricolo e paesaggistico della Sicilia e della Tunisia.<br />
Ad accompagnare il viaggio tra passato e presente, saranno le fotografie storiche, a cura di Michele Fundarò, fotografo trapanese, e le cartoline d’epoca a cura di Saber Bhari, artista e fotografo tunisino, insieme agli scatti contemporanei di sedici fotografi italiani e tunisini: Nino Castiglione, Michele Cernigliaro, Tonino Corso, Fabio Marino, Giuseppe Monteleone, Lorenzo Tallarita, Marilena Todaro, Ameni Chermiti, Ivan De Francesco, Slim Gomri, Mouna Fkih<br />
EKhoaja, Matteo Garone, Soumaya Larbi, Kaouther Khedija Khouini, Paolo Rizzo e Skander Zarrad.<br />
“Il Mar Mediterraneo &#8211; dice<br />
Mohamed Ali Mahjoub Console di Tunisia a Palermo &#8211; non è mai stato una frontiera, bensì un ponte liquido. Lungo le sue rotte si sono intrecciate le storie di popoli che, da una riva all’altra, hanno condiviso sogni e lavoro. La mostra propone una preziosa sezione storica che ci restituisce la nostalgia e la dignità del primo Novecento attraverso lastre e cartoline d’epoca, la natura e il lavoro dei campi”.<br />
Dopo Gibellina, la mostra farà tappa in Tunisia.<br />
“Sicilia e Tunisia &#8211; dice Fabio Ruggirello, direttore Istituto Italiano di Cultura di Tunisi &#8211; entrambe affacciate sul Mediterraneo, condividono una storia millenaria fatta di approdi, scambi commerciali, migrazioni, influenze culturali e umane che, ancora oggi, alimentano  il dialogo tra le nostre comunità. È con questo spirito che, riconoscendone il valore culturale e il contributo alla costruzione di un dialogo autentico, l’Istituto accoglie con interesse l’inaugurazione della mostra Terre di Sicilia e Tunisia”.</p>
<figure id="attachment_1337" aria-describedby="caption-attachment-1337" style="width: 551px" class="wp-caption alignnone"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-1337" src="https://mediterraneum.foundation/wp-content/uploads/2026/08/Foto-Skander-Zarrad-300x200.jpeg" alt="Foto Skander Zarrad" width="551" height="367" srcset="https://mediterraneum.foundation/wp-content/uploads/2026/08/Foto-Skander-Zarrad-300x200.jpeg 300w, https://mediterraneum.foundation/wp-content/uploads/2026/08/Foto-Skander-Zarrad-1024x683.jpeg 1024w, https://mediterraneum.foundation/wp-content/uploads/2026/08/Foto-Skander-Zarrad-768x512.jpeg 768w, https://mediterraneum.foundation/wp-content/uploads/2026/08/Foto-Skander-Zarrad.jpeg 1500w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /><figcaption id="caption-attachment-1337" class="wp-caption-text">Foto Skander Zarrad</figcaption></figure>
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		<title>Mediterraneo sempre più caldo: allarme Greenpeace per i mari italiani</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/08/03/mediterraneo-sempre-piu-caldo-allarme-greenpeace-per-i-mari-italiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Messina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 08:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Mediterraneo continua a riscaldarsi e gli effetti della crisi climatica si fanno sentire sempre di più anche nei mari italiani. È quanto emerge dal sesto rapporto &#8220;Mare Caldo&#8221; di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Mediterraneo continua a riscaldarsi e gli effetti della crisi climatica si fanno sentire sempre di più anche nei mari italiani. È quanto emerge dal sesto rapporto &#8220;Mare Caldo&#8221; di Greenpeace Italia, che fotografa un quadro preoccupante: ondate di calore sempre più intense, temperature elevate fino a 40 metri di profondità, coralli e gorgonie colpiti da fenomeni di necrosi e sbiancamento e una presenza crescente di specie aliene.</p>
<p>Lo studio si basa sui dati raccolti nel 2025 in 14 stazioni di monitoraggio, tredici delle quali situate in Aree marine protette, grazie a termometri subacquei e controlli periodici realizzati con il supporto dell&#8217;Università di Genova, dell&#8217;Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale e dell&#8217;Università di Urbino.</p>
<p>Secondo Greenpeace, le elevate temperature hanno interessato tutte le aree monitorate. L&#8217;anomalia più marcata è stata registrata nell&#8217;Area marina protetta dell&#8217;Asinara, in Sardegna, dove tra la fine di maggio e luglio la temperatura superficiale del mare ha superato di 3,5 gradi la media climatica per oltre quaranta giorni consecutivi.</p>
<p>Valori particolarmente elevati sono stati rilevati anche a Capo Carbonara e Tavolara, sempre in Sardegna, e nelle aree marine protette siciliane di Capo Milazzo e del Plemmirio. Il calore accumulato in superficie ha raggiunto anche i fondali, con temperature fino a 25 gradi tra i 30 e i 40 metri di profondità, mettendo sotto forte stress gli organismi marini.</p>
<p>I monitoraggi biologici effettuati all&#8217;Isola d&#8217;Elba, all&#8217;Asinara e a Torre Guaceto hanno evidenziato danni a specie particolarmente vulnerabili, come la gorgonia gialla e il corallo Cladocora caespitosa, oltre all&#8217;espansione di organismi tipici di acque più calde e di specie invasive.</p>
<p>Attraverso la tecnica del Dna ambientale, i ricercatori hanno inoltre individuato diverse specie aliene non rilevabili con i metodi tradizionali. Particolarmente significativa la situazione dell&#8217;Isola d&#8217;Elba, dove negli ultimi sei anni è stato osservato un progressivo peggioramento dello stato degli ecosistemi bentonici.</p>
<p>Per Greenpeace le aree marine protette rappresentano uno strumento fondamentale per aumentare la resilienza degli ecosistemi, ma da sole non bastano. L&#8217;associazione ribadisce la necessità di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra per contenere gli effetti del cambiamento climatico sul Mediterraneo.</p>
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		<title>Italia e Tunisia rafforzano l&#8217;asse dei trasporti</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/07/30/italia-e-tunisia-rafforzano-lasse-dei-trasporti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Messina]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 09:12:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Italia e Tunisia consolidano la collaborazione nel settore dei trasporti e della logistica. A Tunisi il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, e il ministro tunisino dei Trasporti,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Italia e Tunisia consolidano la collaborazione nel settore dei trasporti e della logistica. A Tunisi il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, e il ministro tunisino dei Trasporti, Rachid Amri, hanno firmato un accordo quadro destinato a rafforzare il partenariato tra i due Paesi e a favorire lo sviluppo dei collegamenti nell&#8217;area del Mediterraneo.</p>
<p>L&#8217;intesa riguarda il trasporto marittimo, ferroviario, stradale e aereo, oltre ai settori della logistica e della mobilità intelligente. L&#8217;obiettivo è creare una cornice stabile per realizzare progetti comuni e migliorare l&#8217;integrazione delle reti infrastrutturali tra le due sponde del Mediterraneo.</p>
<p>L&#8217;accordo prevede il rafforzamento delle competenze tecniche e organizzative delle amministrazioni e delle aziende pubbliche, programmi di formazione per dirigenti e tecnici, lo scambio di esperienze e buone pratiche, oltre alla cooperazione sulle nuove tecnologie applicate ai trasporti, sulla mobilità elettrica, sulle energie rinnovabili e sulla pianificazione delle infrastrutture.</p>
<p>Tra i temi affrontati durante l&#8217;incontro anche il potenziamento dei collegamenti marittimi e una più stretta collaborazione tra le compagnie di navigazione italiane e tunisine, considerate strategiche per incrementare gli scambi commerciali.</p>
<p>«La firma di questo accordo rappresenta un risultato concreto che rafforza ulteriormente il rapporto tra Italia e Tunisia in un settore strategico come quello dei trasporti e della logistica», ha dichiarato Rixi. «Il Mediterraneo deve tornare a essere uno spazio di connessione, crescita e sviluppo condiviso. L&#8217;Italia conferma la volontà di investire in partenariati capaci di rendere più efficienti i collegamenti, favorire gli scambi commerciali e sostenere la competitività dei sistemi logistici».</p>
<p>L&#8217;intesa punta a consolidare il dialogo istituzionale tra Roma e Tunisi e a rafforzare il ruolo dei due Paesi come piattaforme naturali dei traffici euro-mediterranei, con l&#8217;obiettivo di creare nuove opportunità di sviluppo economico per l&#8217;intera area.</p>
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		<title>Roberto Savio: un attivista per l&#8217;etica globale</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/07/29/roberto-savio-un-attivista-per-letica-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[José Miguel Amiune]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 10:38:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un omaggio collettivo al giornalista e pensatore Roberto Savio, la cui eredità continua a ispirare la difesa della pace, dei diritti umani e del Sud del mondo. Roberto Savio è&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://mediterraneum.foundation/2026/07/29/roberto-savio-un-attivista-per-letica-globale/">Roberto Savio: un attivista per l&#8217;etica globale</a> proviene da <a href="https://mediterraneum.foundation">Mediterraneum Foundation</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Un omaggio collettivo al giornalista e pensatore Roberto Savio, la cui eredità continua a ispirare la difesa della pace, dei diritti umani e del Sud del mondo.<br />
</strong><strong>Roberto Savio è fondatore e vicepresidente della Mediterraneum Foundation.</strong></h4>
<p>Roberto Savio è una figura poliedrica difficile da definire. Ha lavorato in una trentina di paesi e ne ha visitati 106. È un uomo dotato di un’esperienza vasta e ricca che, all’età di 91 anni, ha scritto un «Manuale per il cittadino globale» destinato ai giovani di questo secolo, che non sanno com’era il mondo prima della «rivoluzione digitale» e dell’intelligenza artificiale.</p>
<p>Una persona con queste caratteristiche uniche meriterebbe una biografia in tre volumi. Confidiamo che la avrà. Oggi i biografi professionisti hanno un accesso così agevole alle fonti che saranno in grado di coprire tutte le fasi, le sfaccettature e le iniziative che Roberto ha portato avanti, in ambiti così diversi che vanno dalla diplomazia alla cinematografia.</p>
<p>In attesa che ciò avvenga, un gruppo di suoi amici ha voluto affrontare, da una prospettiva latinoamericana, l’eredità che Savio ci ha lasciato nel campo delle idee, del giornalismo, delle Nazioni Unite, della Società Internazionale per lo Sviluppo, del non allineamento, del Sud Globale, delle relazioni internazionali, dei diritti umani, della libertà di espressione, dello sviluppo, della giustizia e della pace. È stato, soprattutto, un attivista dell’etica globale.</p>
<p>A tal fine, abbiamo invitato quattro personalità dell’America Latina che lo hanno conosciuto in diverse fasi e aspetti della sua lunga carriera:</p>
<p>– Don Oscar Arias Sánchez, presidente del Costa Rica (1986-1990, 2000-2010) e Premio Nobel per la Pace 1987.</p>
<p>– L’ambasciatore Juan Gabriel Valdés, politico e diplomatico cileno. Ex ministro degli Affari Esteri, rappresentante del Cile presso l’ONU e ambasciatore del Cile negli Stati Uniti.</p>
<p>– Esteban Valenti, politico, giornalista e scrittore uruguaiano, direttore dell’agenzia Uypress e della rivista Bitácora.</p>
<p>– Francisco Rojas Aravena, rettore dell’Università per la Pace (UNPAZ), El Rodeo, Mora, Costa Rica.</p>
<p><strong>Roberto Savio: difensore della democrazia, dei diritti umani e della libertà di espressione.<br />
Oscar Arias Sánchez</strong></p>
<p>Ci sono amicizie che durano tutta la vita. Alcune nascono da momenti felici, altre da momenti difficili. Alcune rimangono strette, altre continuano a vivere nonostante la distanza. Alcune hanno un unico motivo per esistere, altre molti motivi per sopravvivere. La mia amicizia con Roberto Savio è sopravvissuta al passare del tempo. Lo dico non solo perché si tratta di un’amicizia particolare tra un giornalista e un politico ― cosa di per sé piuttosto rara ― ma anche perché è nata in uno dei periodi più difficili della mia vita politica: il processo di pacificazione dell’America Centrale. Ho conosciuto Roberto quando ricopriva la carica di presidente e fondatore dell’Inter Press Service (IPS) e io stavo iniziando il mio primo mandato in Costa Rica. Quello era un periodo di scontri spietati, in cui le grandi potenze giocavano a dadi con il destino dei nostri popoli. L’America Centrale era un immenso campo di battaglia. Centinaia di migliaia di fratelli erano morti nel corso di un’assurda guerra civile. Noi presidenti centroamericani abbiamo osato firmare un documento che aspirava a trovare una via d’uscita diplomatica al conflitto: una soluzione centroamericana ai problemi dei centroamericani.</p>
<p>In quel periodo fui testimone dell’enorme influenza che la stampa può esercitare sugli avvenimenti umani. E non mi riferisco solo alla capacità di informare su tali avvenimenti, ma a un vero e proprio potere che permette alla stampa di influenzarne il corso. Gran parte della stampa internazionale agì con responsabilità, e l’odio e l’intolleranza mietero la loro quota di vittime anche tra i giornalisti. Provai un profondo dolore per gli uomini e le donne della stampa che, adempiendo al proprio dovere, subirono la prigionia, la tortura e persero persino la vita.</p>
<p>Roberto Savio, con il suo approccio imparziale e lontano dagli schemi tradizionali della Guerra Fredda, ha sempre sostenuto la mia lotta per la pace, poiché ha compreso che la mia proposta non obbediva agli interessi né dell’Occidente né dell’Oriente, né del capitalismo né del socialismo, ma piuttosto al rispetto dei diritti più elementari e dei principi di dignità e convivenza umana, quali la democrazia, la pace e la libertà. Per il sostegno e la comprensione che Roberto mi ha offerto in quel momento gli sarò eternamente grato.</p>
<p>Roberto era fermamente convinto che la democrazia e il rispetto dei diritti umani fossero i due pilastri su cui poggiano le società libere. Per questo ha sempre creduto che la dignità umana non fosse solo un dovere morale, ma la condizione indispensabile per preservare la democrazia, la giustizia e la pace tra le nazioni. So che la storia saprà rendere merito all’opera di Roberto Savio. So che ne saranno grati le migliaia di uomini e donne liberi in tutto il mondo.</p>
<p><strong>Roberto Savio: un’eredità intellettuale.<br />
Juan Gabriel Valdés</strong></p>
<p>Roberto Savio ha lasciato un’impronta intellettuale e umana profonda in coloro che hanno condiviso con lui diverse tappe della storia recente, sia all’Inter Press Service, a Roma, sia dall’America Latina. La sua eredità va oltre il giornalismo: è stato un seminatore di idee, domande e valori che hanno aperto una visione diversa del mondo, specialmente per i latinoamericani, ai quali ha aiutato a comprendere la loro appartenenza al Sud del mondo.</p>
<p>Fin da giovane, Savio ha inteso la storia non come una successione di fatti isolati, ma come un processo in divenire. Più che l’impatto immediato della notizia, lo interessava il percorso storico degli avvenimenti e la loro proiezione verso il futuro. La sua riflessione mirava a creare spazi per la volontà politica, la trasformazione sociale e la difesa dell’umanesimo, della giustizia e della libertà. In tempi dominati dalla superficialità mediatica e dalla perdita di prospettiva storica, il suo pensiero si distingueva per la combinazione di una visione globale con una lettura precisa delle realtà nazionali.</p>
<p>Ricordo di aver conosciuto quella visione a casa di mio padre, Gabriel Valdés, quando Savio promuoveva l’espansione dell’Inter Press Service in America Latina. Savio collegava i processi di decolonizzazione, il Movimento dei Paesi Non Allineati e il Gruppo dei 77 con l’emergere del Sud del Mondo, uno spazio in cui l’America Latina doveva partecipare con una voce propria e un’identità autonoma. Dietro quella visione c’era un’aspirazione democratica: che i popoli e gli attori emarginati potessero esprimersi autonomamente.</p>
<p>Un episodio simbolico di tale influenza si verificò durante l’occupazione dell’Università Cattolica del Cile nel 1967. Savio, oltre a portare cibo agli studenti, offriva spunti di riflessione che aiutavano a comprendere quei fatti in una dimensione storica più ampia. Per lui, quella generazione studentesca faceva parte di un fenomeno globale che doveva affrontare le tensioni della Guerra Fredda e costruire nuove categorie di pensiero e comunicazione.</p>
<p>La grande idea che Savio ha lasciato in eredità all’America Latina è che solo integrandosi pienamente nel processo storico nel contesto del Sud Globale potevano acquisire senso le sue aspirazioni di sviluppo, libertà e identità.</p>
<p><strong>Roberto Savio, giornalista e combattente.<br />
Esteban Valenti</strong></p>
<p>Tutti possono accedere alla storia giornalistica di Roberto Savio, gli strumenti a disposizione sono molteplici. In questo breve spazio desidero mettere in luce la sua duplice identità di giornalista di alto livello e combattente indomito.</p>
<p>Per comprendere Roberto Savio occorre prima di tutto comprendere il silenzio. Non il vuoto di rumore, ma quel silenzio denso e politico che le grandi agenzie occidentali imponevano sulle mappe del Sud. Nella Roma del dopoguerra, un giovane Savio, formatosi nelle aule di Parma tra economia dello sviluppo e diritto internazionale, osservava il mappamondo con la lucidità di chi sa che la geografia del dolore non coincideva con la geografia delle notizie. Il mondo era cieco di sé stesso. E il Terzo Mondo cieco e muto.</p>
<p>Aldo Moro gli insegnò i fili invisibili del potere, ma furono lo scoppio delle dittature e il mormorio dei popoli messi a tacere ad accendere in lui quel senso di urgenza. Nel 1964, insieme all’argentino Pablo Piacentini, fondò l’Inter Press Service (IPS). Non era un’azienda; era una trincea d’inchiostro. In un ufficio in un palazzo di Roma, dove il fumo dei sigari, circondato da fotografie storiche e contraddittorie, si mescolava all’urgenza del telescrivente, Savio aprì le porte ai giornalisti esiliati dall’America Latina. Mentre i carri armati calpestavano le strade di Santiago, Buenos Aires e Montevideo, in IPS quegli esiliati trovavano l’unica macchina da scrivere che non chiedeva loro sottomissione, ma la verità delle loro patrie distrutte.</p>
<p>Savio non vedeva l’informazione come una merce per le borse di New York, ma come il tessuto connettivo della dignità umana. Ha viaggiato, ha fondato agenzie in diversi paesi, una delle quali, PRESSUR, dedicata agli esiliati uruguaiani ai quali ha dato una voce potente. È stato un grande promotore dei Non Allineati nelle loro grandi differenze e complessità, ha attraversato i corridoi dell’UNESCO e della RAI, sempre all’inseguimento dello stesso fantasma: la democratizzazione della parola.</p>
<p>Oggi, con il peso degli anni e il riconoscimento di molte repubbliche e personalità, contempla questo XXI secolo dalla torre di guardia di Other News, ma continua a partecipare alla battaglia. Indomabile. Il suo sguardo, che ha visto nascere e morire molte utopie, avverte ora il pericolo di un nuovo totalitarismo: quello dell’algoritmo e del rumore digitale che può isolare gli uomini nel proprio egoismo. Roberto Savio rimane quel vecchio cronista che sa che, senza la voce dei dimenticati, la storia dell’umanità è incompleta.</p>
<p>Esteban Valenti, suo collega per 6 anni indimenticabili.</p>
<p><strong>Roberto Savio: diplomatico, comunicatore e mediatore globale.<br />
Francisco Rojas Aravena</strong></p>
<p>Nel 1957, il giovane leader studentesco italiano Roberto Savio si recò in Cina con una delegazione giovanile multipartitica e plurinazionale. Lì intervenne a un Forum Globale sulla Cina, nel contesto mondiale. Ciò gli permise di conoscere il cancelliere cinese Zhou Enlai. Quest’ultimo gli chiese cosa ne pensasse dello sviluppo della Cina, al che Savio rispose che non poteva esprimersi perché non conosceva la Cina. Di fronte a questa risposta, il ministro lo invitò a compiere un viaggio nell’entroterra cinese. Zhou Enlai gli salvò la vita. Furono tre i giovani che intrapresero quel viaggio. Gli altri tornarono in aereo, che precipitò causando la morte di tutti i passeggeri.</p>
<p>Al ritorno dal viaggio, Zhou Enlai chiese loro cosa potessero dire a titolo di confronto… e il giovane Savio rispose che era difficile «poiché la Cina era molto lontana»… Zhou lo guardò con occhi indagatori, e lui replicò: «Lontana da cosa?». Questo fece sì che Roberto Savio prendesse coscienza della propria prospettiva eurocentrica e della necessità di sostituire quella visione con una prospettiva globale, inclusiva, in grado di rendere conto dell’insieme del sistema internazionale. Ciò trasformò il pensiero di Savio. Quel cambiamento lo ha accompagnato per tutta la vita: avere una visione globale. Ciò è diventato la sua missione e l’ha portata avanti con coerenza nel corso della sua vita.</p>
<p>Fu rappresentante di Aldo Moro nei rapporti con i partiti politici, in particolare con la Democrazia Cristiana, nei paesi dell’America Latina. Con il Cile ebbe un rapporto molto speciale, negli anni ’60 e ’70. Dopo il colpo di Stato militare in Cile nel 1973, rinunciò a questo incarico. Ha continuato a mantenere legami con quei paesi, per la protezione dei leader, nel contesto delle dittature militari che si erano instaurate nel Cono Sud latinoamericano.</p>
<p>Successivamente, in qualità di comunicatore globale, è stato consulente delle Nazioni Unite per oltre tre decenni, lavorando per l’UNDP, il PAM, l’UNICEF, l’UNESCO, il Fondo per la Popolazione, l’UNEP e l’OIL. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros Ghali, lo nominò suo consigliere e a lui fu affidato un ruolo decisivo al Vertice della Terra del 1992. Già in precedenza aveva ricoperto un ruolo significativo nel settore della comunicazione in occasione del Vertice Nord-Sud del 1981, durante il quale si discusse del nuovo ordine economico globale. Alle Nazioni Unite si discuteva anche del nuovo ordine informativo globale.</p>
<p>Il compito principale che Roberto Savio si è prefissato è stato quello di creare spazi e piattaforme globali per «dare voce a chi non ne aveva». Ciò si è concretizzato con la fondazione dell’Inter Press Service (IPS) nel 1964. In tale contesto ha svolto un ruolo centrale nel suo sviluppo globale, con una rete planetaria di informazione che includeva il Sud del mondo. Nel 2015, Savio ha creato Other News. L’obiettivo di questa piattaforma era costituire un sistema di informazione come bene pubblico globale.</p>
<p>Nel 2025, Roberto Savio ha intrapreso un’altra sfida globale… quella di sviluppare una sede accademica dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite a Roma, con la missione di studiare l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla società. In occasione del 45° anniversario dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite, questa istituzione lo ha insignito del premio per la Promozione della Libertà di Informazione.</p>
<p>La consapevolezza maturata riguardo a una visione e a una prospettiva globali, a partire dall’incontro con Zhou Enlai – che gli salvò la vita – si è tradotta in una feconda attività diplomatica, che ha permesso di articolare e migliorare le piattaforme di comunicazione globali e multinazionali, in un’ottica di inclusione globale.</p>
<p><strong>Epilogo</strong></p>
<p>La storia di Roberto è costellata di incontri che non sono semplici aneddoti, ma veri e propri punti di svolta della storia contemporanea. Ha conosciuto e trattato con un gran numero di presidenti, primi ministri, ministri degli esteri e leader della società civile di quasi tutto il mondo, sempre con l’idea di fondare un ordine internazionale basato sul dialogo, l’equità, la non interferenza, l’uguaglianza giuridica delle nazioni e l’autodeterminazione dei popoli. È stato un vero attivista di un’etica globale, che presupponeva valori universali e un sistema internazionale basato su regole.</p>
<p>Tra i numerosi riconoscimenti internazionali, vorrei ricordare il Premio di Hiroshima per la Pace che gli è stato conferito nel 2013. Ma ciò che più colpisce del suo percorso non è ciò che ha fatto o di cui è stato protagonista, bensì ciò che continua a dire e a fare. Ai suoi numerosi incarichi come direttore di Other News, membro del Comitato dei Rettori dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite, al suo contributo decisivo alla creazione della Corte Penale Internazionale (CPI), alla sua lotta incrollabile per l’ambientalismo, alle sfide dell’intelligenza artificiale, alla brutale concentrazione della ricchezza, contro il riarmo che sottrae risorse allo sviluppo, alla ricostruzione e all’aggiornamento delle Nazioni Unite e alla causa della pace nel mondo; si aggiunge la sua lucida e costante predicazione, che sostiene la coerenza di un percorso che non ha mai separato l’informazione e l’etica dalla responsabilità.</p>
<p>Vorrei concludere questo omaggio a Roberto Savio citando alcune delle sue ultime dichiarazioni: «Siamo entrati in un mondo in cui tutti i valori stanno scomparendo. Gli unici valori ora sono quelli delle borse. Allora mi metto nei panni dei bambini che, alla nascita, arrivano al mondo con un debito di 40.360 euro, che continuerà a crescere, perché nessuno può pagarlo. Allora, qual è la logica?».</p>
<p>«La logica è che una società non può vivere finché non trova strumenti di cooperazione e di dialogo, soprattutto oggi, in un mondo in cui tutto è possibile a livello globale, perché la tecnologia lo permette. Non esistono più vere barriere linguistiche, viviamo in un mondo in cui l’omogeneizzazione è molto accelerata. Pertanto, o ritroviamo i termini del dialogo e della cooperazione, per parlare tra di noi, oppure saremo condannati al conflitto permanente».</p>
<p>«Oggi ciò che conta è la capacità di indignarsi; chi rimane indifferente non è più un elemento sociale utile. Che la gente si indigni, sia di destra o di sinistra, ma che partecipi, si senta parte della società e abbia fiducia di poter contribuire, nel proprio piccolo, a migliorare il mondo. La pace, come diceva Gandhi, si costruisce nelle relazioni interpersonali. È una questione di cultura, è un modo di vedere la vita; non è un fatto tecnico, è un fatto culturale. Dobbiamo riscoprire la cultura della pace tra tutti noi».</p>
<p>Grazie Roberto, per la tua saggezza, per la tua eredità e per la tua dedizione alle migliori cause dell’umanità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://mediterraneum.foundation/2026/07/29/roberto-savio-un-attivista-per-letica-globale/">Roberto Savio: un attivista per l&#8217;etica globale</a> proviene da <a href="https://mediterraneum.foundation">Mediterraneum Foundation</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Al Cairo la 7ª Conferenza Araba sull&#8217;Acqua: partenariati per la pace e lo sviluppo sostenibile</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/07/21/al-cairo-la-7a-conferenza-araba-sullacqua-partenariati-per-la-pace-e-lo-sviluppo-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 09:09:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Cairo ospiterà il 26 e 27 ottobre 2026 la settima edizione della Arab Water Conference (AWC), appuntamento di riferimento per il confronto sulle politiche idriche nella regione araba, organizzato nell&#8217;ambito&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Cairo ospiterà il 26 e 27 ottobre 2026 la settima edizione della <strong>Arab Water Conference (AWC)</strong>, appuntamento di riferimento per il confronto sulle politiche idriche nella regione araba, organizzato nell&#8217;ambito della nona edizione della <strong>Cairo Water Week</strong>. Il tema scelto per questa edizione, <em>&#8220;Water in the Arab Region: Partnerships for Peace and Sustainable Development&#8221;</em>, pone l&#8217;accento sul valore della cooperazione quale strumento per affrontare le crescenti sfide legate alla scarsità delle risorse idriche, ai cambiamenti climatici e allo sviluppo sostenibile.</p>
<p>La conferenza rappresenta una delle principali piattaforme regionali dedicate al dialogo tra istituzioni, comunità scientifica, organizzazioni internazionali e operatori del settore, con l&#8217;obiettivo di promuovere una gestione più efficace e condivisa delle risorse idriche nei Paesi arabi. Le precedenti edizioni hanno contribuito a rafforzare il confronto sulle politiche dell&#8217;acqua, favorendo lo scambio di esperienze e la definizione di strategie comuni per la sicurezza idrica della regione.</p>
<p>Il programma scientifico affronta alcuni dei temi oggi più rilevanti nel dibattito internazionale. Tra questi figurano la valorizzazione delle risorse idriche non convenzionali, la governance delle acque condivise, il rafforzamento dei quadri istituzionali e normativi per la gestione integrata delle risorse, le strategie di sicurezza idrica, la diplomazia dell&#8217;acqua quale strumento di cooperazione transfrontaliera e prevenzione dei conflitti, nonché la gestione dei rischi climatici connessi a siccità, alluvioni e altri eventi estremi.</p>
<p>Ampio spazio sarà dedicato anche all&#8217;innovazione tecnologica. La conferenza analizzerà il contributo dell&#8217;intelligenza artificiale, dei sistemi di monitoraggio avanzati e delle tecnologie emergenti nella raccolta e nell&#8217;analisi dei dati, nella pianificazione delle risorse idriche e nel supporto ai processi decisionali. Tra gli argomenti in discussione figurano inoltre l&#8217;evoluzione delle tecnologie di desalinizzazione, il loro impiego in ambito agricolo, l&#8217;ottimizzazione dell&#8217;utilizzo delle cosiddette &#8220;green water resources&#8221;, i modelli di finanziamento innovativi per le infrastrutture idriche e l&#8217;applicazione dell&#8217;approccio integrato <strong>Water–Food–Energy–Ecosystems (WEFE)</strong>, sempre più considerato un riferimento per le politiche di sostenibilità.</p>
<p>La conferenza si rivolge anche al mondo della ricerca, con l&#8217;apertura della <strong>Call for Extended Abstracts</strong>, destinata a ricercatori e professionisti interessati a presentare contributi scientifici sui temi del programma. Gli abstract, redatti in lingua araba o inglese secondo gli standard indicati dal comitato scientifico, saranno valutati sulla base della rilevanza scientifica, dell&#8217;originalità e della coerenza con gli obiettivi della conferenza. Una selezione dei lavori ammessi alla presentazione beneficerà della copertura dei costi di partecipazione da parte dell&#8217;organizzazione.</p>
<p>In un contesto regionale caratterizzato da una crescente pressione sulle risorse naturali e dall&#8217;intensificarsi degli effetti dei cambiamenti climatici, la settima Arab Water Conference si propone di consolidare il dialogo tra i Paesi della regione e di favorire la diffusione di soluzioni innovative per una gestione sostenibile dell&#8217;acqua. L&#8217;iniziativa conferma inoltre il ruolo del Cairo quale sede privilegiata di confronto sulle politiche idriche e sulla cooperazione regionale, riaffermando il valore dell&#8217;acqua come risorsa strategica per lo sviluppo, la stabilità e la costruzione di partenariati tra i Paesi del mondo arabo.</p>
<hr />
<h4>La 7e Conférence arabe sur l&#8217;eau au Caire : Partenariats pour la paix et le développement durable</h4>
<p>Le Caire accueillera la septième édition de la <strong>Conférence arabe sur l&#8217;eau (CAE)</strong> les 26 et 27 octobre 2026. Cet événement majeur, organisé dans le cadre de la neuvième édition de la <strong>Semaine de l&#8217;eau du Caire</strong>, est consacré aux politiques de l&#8217;eau dans la région arabe. Le thème de cette édition, <em>« L&#8217;eau dans la région arabe : partenariats pour la paix et le développement durable »</em>, souligne l&#8217;importance de la coopération pour relever les défis croissants que sont la rareté de l&#8217;eau, le changement climatique et le développement durable.</p>
<p>La conférence constitue l&#8217;une des principales plateformes régionales de dialogue entre les institutions, la communauté scientifique, les organisations internationales et les acteurs du secteur, avec pour objectif de promouvoir une gestion plus efficace et partagée des ressources en eau dans les pays arabes. Les éditions précédentes ont contribué à enrichir le débat sur les politiques de l&#8217;eau, en encourageant l&#8217;échange d&#8217;expériences et la définition de stratégies communes pour la sécurité hydrique dans la région.</p>
<p>Le programme scientifique aborde certaines des questions les plus importantes du débat international actuel. Ces thèmes incluent la valorisation des ressources en eau non conventionnelles, la gouvernance des eaux partagées, le renforcement des cadres institutionnels et réglementaires pour une gestion intégrée des ressources, les stratégies de sécurité hydrique, la diplomatie de l&#8217;eau comme outil de coopération transfrontalière et de prévention des conflits, ainsi que la gestion des risques climatiques liés aux sécheresses, aux inondations et autres événements extrêmes.</p>
<p>L&#8217;innovation technologique fera également l&#8217;objet d&#8217;une attention particulière. La conférence analysera la contribution de l&#8217;intelligence artificielle, des systèmes de surveillance avancés et des technologies émergentes à la collecte et à l&#8217;analyse des données, à la planification des ressources en eau et à l&#8217;aide à la décision. Parmi les sujets abordés figurent également l&#8217;évolution des technologies de dessalement, leur utilisation en agriculture, l&#8217;optimisation de l&#8217;utilisation des « ressources en eau vertes », les modèles de financement innovants pour les infrastructures hydrauliques et l&#8217;application de l&#8217;approche intégrée <strong>Eau-Alimentation-Énergie-Écosystèmes (EAEE)</strong>, de plus en plus considérée comme une référence pour les politiques de développement durable.</p>
<p>La conférence s&#8217;adresse également à la communauté scientifique, avec le <strong>lancement d&#8217;un appel à contributions</strong> (résumés étendus) destiné aux chercheurs et professionnels souhaitant soumettre des contributions scientifiques sur les thèmes du programme. Les résumés, rédigés en arabe ou en anglais selon les critères établis par le comité scientifique, seront évalués sur la base de leur pertinence scientifique, de leur originalité et de leur adéquation avec les objectifs de la conférence. Une sélection des communications retenues bénéficiera d&#8217;une prise en charge des frais de participation par l&#8217;organisation.</p>
<p>Dans un contexte régional marqué par une pression croissante sur les ressources naturelles et l&#8217;intensification des effets du changement climatique, la septième Conférence arabe sur l&#8217;eau vise à renforcer le dialogue entre les pays de la région et à favoriser la diffusion de solutions innovantes pour une gestion durable de l&#8217;eau. Cette initiative confirme également le rôle du Caire comme forum privilégié pour les discussions sur les politiques de l&#8217;eau et la coopération régionale, réaffirmant ainsi la valeur de l&#8217;eau en tant que ressource stratégique pour le développement, la stabilité et la construction de partenariats entre les pays arabes.</p>
<hr />
<h4>المؤتمر العربي السابع للمياه في القاهرة: شراكات من أجل السلام والتنمية المستدامة</h4>
<p>تستضيف القاهرة الدورة السابعة من المؤتمر العربي للمياه يومي 26 و27 أكتوبر 2026. ويُعدّ هذا المؤتمر حدثًا محوريًا لمناقشة سياسات المياه في المنطقة العربية، ويُقام ضمن فعاليات الدورة التاسعة من أسبوع القاهرة للمياه. ويؤكد شعار هذه الدورة، &#8220;المياه في المنطقة العربية: شراكات من أجل السلام والتنمية المستدامة&#8221;، على أهمية التعاون كأداة لمواجهة التحديات المتزايدة المتمثلة في ندرة المياه، وتغير المناخ، والتنمية المستدامة.</p>
<p>ويمثل المؤتمر إحدى أهم المنصات الإقليمية للحوار بين المؤسسات، والمجتمع العلمي، والمنظمات الدولية، والجهات المعنية في قطاع المياه، بهدف تعزيز إدارة أكثر فعالية وتشاركية لموارد المياه في الدول العربية. وقد أسهمت الدورات السابقة في إثراء النقاش حول سياسات المياه، وتشجيع تبادل الخبرات، ووضع استراتيجيات مشتركة لتحقيق الأمن المائي في المنطقة.</p>
<p>ويتناول البرنامج العلمي بعضًا من أهم القضايا المطروحة في النقاش الدولي اليوم. تشمل هذه المحاور استغلال موارد المياه غير التقليدية، وإدارة المياه المشتركة، وتعزيز الأطر المؤسسية والتنظيمية للإدارة المتكاملة للموارد، واستراتيجيات الأمن المائي، والدبلوماسية المائية كأداة للتعاون عبر الحدود ومنع النزاعات، فضلاً عن إدارة مخاطر المناخ المرتبطة بالجفاف والفيضانات وغيرها من الظواهر المناخية المتطرفة.</p>
<p>كما سيحظى الابتكار التكنولوجي باهتمام كبير. وسيُحلل المؤتمر مساهمة الذكاء الاصطناعي، وأنظمة الرصد المتقدمة، والتقنيات الناشئة في جمع البيانات وتحليلها، وتخطيط موارد المياه، ودعم عملية صنع القرار. وتشمل المواضيع المطروحة للنقاش أيضاً تطور تقنيات تحلية المياه، واستخدامها في الزراعة، وترشيد استخدام ما يُسمى بـ&#8221;موارد المياه الخضراء&#8221;، ونماذج التمويل المبتكرة للبنية التحتية للمياه، وتطبيق نهج المياه والغذاء والطاقة والنظم الإيكولوجية المتكامل (WEFE)، الذي يُعتبر بشكل متزايد معياراً لسياسات الاستدامة.</p>
<p>ويمتد المؤتمر أيضاً ليشمل مجتمع الباحثين، حيث تم إطلاق دعوة لتقديم ملخصات موسعة للباحثين والمهنيين المهتمين بتقديم مساهمات علمية حول مواضيع البرنامج. ستُقيّم الملخصات، المكتوبة باللغة العربية أو الإنجليزية وفقًا للمعايير التي وضعتها اللجنة العلمية، بناءً على أهميتها العلمية وأصالتها وتوافقها مع أهداف المؤتمر. وستستفيد مجموعة مختارة من الأوراق المقبولة للعرض من تغطية تكاليف المشاركة من قِبل الجهة المنظمة.</p>
<p>في سياق إقليمي يتسم بتزايد الضغط على الموارد الطبيعية وتفاقم آثار تغير المناخ، يهدف مؤتمر المياه العربي السابع إلى تعزيز الحوار بين دول المنطقة ونشر حلول مبتكرة لإدارة مستدامة للمياه. كما تؤكد هذه المبادرة دور القاهرة كمنصة رائدة لمناقشة سياسات المياه والتعاون الإقليمي، مُعيدًا التأكيد على قيمة المياه كمورد استراتيجي للتنمية والاستقرار وبناء الشراكات بين الدول العربية.</p>
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		<title>Ciheam Bari: quando la cooperazione diventa diplomazia della conoscenza</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/07/20/ciheam-bari-quando-la-cooperazione-diventa-diplomazia-della-conoscenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 11:18:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un Mediterraneo attraversato da guerre, instabilità politica, cambiamenti climatici e crescenti disuguaglianze, la cooperazione internazionale è chiamata a misurarsi con sfide che superano ormai la dimensione dell&#8217;assistenza allo sviluppo.&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="isselectedend">In un Mediterraneo attraversato da guerre, instabilità politica, cambiamenti climatici e crescenti disuguaglianze, la cooperazione internazionale è chiamata a misurarsi con sfide che superano ormai la dimensione dell&#8217;assistenza allo sviluppo. È in questo scenario che si è svolta al Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei (Ciheam Bari) la XXII Settimana della Cooperazione Internazionale, appuntamento dedicato ai coordinatori dei progetti sostenuti dalla cooperazione italiana.</p>
<p class="isselectedend">L&#8217;iniziativa ha rappresentato un&#8217;occasione per riflettere sul ruolo che la conoscenza scientifica può assumere nella costruzione della stabilità regionale. Come ha evidenziato il direttore del Ciheam Bari, <strong>Biagio Di Terlizzi</strong>, il contesto internazionale è segnato da conflitti, spinte nazionalistiche e migrazioni forzate che impongono di ripensare strumenti e priorità della cooperazione.</p>
<p class="isselectedend">Il Ciheam Bari è oggi impegnato in circa cinquanta progetti transnazionali nei settori dell&#8217;agricoltura, della sicurezza alimentare, della gestione sostenibile delle risorse naturali e dello sviluppo rurale. Ma il dato quantitativo racconta solo una parte della sua attività. Il valore aggiunto dell&#8217;Istituto risiede soprattutto nel metodo: costruire capacità locali, condividere competenze, valorizzare il sapere delle comunità e accompagnare processi di autonomia, evitando logiche assistenzialistiche.</p>
<p class="isselectedend">L&#8217;esperienza maturata nei Territori palestinesi, attraverso il sostegno alle cooperative agricole e la valorizzazione delle produzioni locali, testimonia come la cooperazione possa rafforzare la resilienza economica e sociale anche in contesti segnati dall&#8217;instabilità. In questi casi la formazione, la ricerca applicata e il trasferimento di competenze diventano strumenti di pace non meno importanti degli interventi umanitari.</p>
<p class="isselectedend">L&#8217;affermazione di Di Terlizzi secondo cui la conoscenza condivisa «costruisce reti al posto dei muri» sintetizza efficacemente una visione della cooperazione che privilegia il dialogo rispetto alla contrapposizione. Una prospettiva richiamata anche dal riferimento al binomio storico <strong>&#8220;Pane e Pace&#8221;</strong>, che ricorda come sicurezza alimentare, sviluppo agricolo e convivenza siano elementi strettamente connessi.</p>
<p class="isselectedend">In questo senso il Ciheam Bari svolge una funzione che va oltre quella di centro di alta formazione. Esso rappresenta uno degli strumenti più significativi della diplomazia scientifica italiana nel Mediterraneo: una diplomazia che non opera attraverso gli equilibri militari o le sole relazioni politiche, ma mediante la costruzione di fiducia, la formazione delle nuove generazioni, la ricerca condivisa e la cooperazione tecnica.</p>
<p>In un&#8217;epoca nella quale il Mediterraneo è spesso raccontato esclusivamente attraverso le crisi, le guerre e i flussi migratori, esperienze come quella del Ciheam ricordano che esiste anche un&#8217;altra geografia possibile: quella delle università, dei centri di ricerca, delle cooperative agricole, delle comunità locali e delle reti di conoscenza che continuano a costruire relazioni durature. Una geografia silenziosa, ma fondamentale, nella quale la cooperazione torna a essere non soltanto uno strumento di sviluppo, bensì una concreta infrastruttura della pace.</p>
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		<title>Il paesaggio come coscienza della pace</title>
		<link>https://mediterraneum.foundation/2026/07/14/il-paesaggio-come-coscienza-della-pace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Damato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 08:54:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://mediterraneum.foundation/?p=1163</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ogni guerra lascia una traccia visibile nel paesaggio, e ogni paesaggio ferito racconta qualcosa della pace che è venuta meno. Non è soltanto il teatro degli eventi, ma uno dei&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://mediterraneum.foundation/2026/07/14/il-paesaggio-come-coscienza-della-pace/">Il paesaggio come coscienza della pace</a> proviene da <a href="https://mediterraneum.foundation">Mediterraneum Foundation</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni guerra lascia una traccia visibile nel paesaggio, e ogni paesaggio ferito racconta qualcosa della pace che è venuta meno. Non è soltanto il teatro degli eventi, ma uno dei primi luoghi in cui prende forma la rottura delle relazioni tra gli uomini e tra l’uomo e la terra. Lo studio della Libera Università di Bolzano sulla trasformazione della Striscia di Gaza, offre molto più di una documentazione scientifica. Le immagini satellitari mostrano una drastica riduzione della vegetazione e un’estesa degradazione del suolo, ma la loro evidenza va oltre la misurazione di un danno ambientale: descrivono la progressiva cancellazione di quel paesaggio invitandoci a riflettere sul suo significato nella storia delle comunità umane. In quanto forma e memoria vivente.</p>
<p>Siamo abituati a considerare il paesaggio come una cornice, uno sfondo sul quale si svolgono gli avvenimenti. In realtà è il luogo dove una civiltà prende forma. Ogni albero, ogni campo coltivato, ogni equilibrio tra natura e presenza umana racconta una lunga storia di relazioni, di lavoro, di memoria e di appartenenza. Il paesaggio è la forma visibile della continuità tra le generazioni.</p>
<p>Per questo motivo la sua trasformazione non può essere interpretata esclusivamente come una perdita ecologica. Quando un territorio viene privato della propria identità naturale, anche il legame che unisce una comunità alla propria storia diventa più fragile. Non viene meno soltanto un ecosistema: si incrina quel significante che rende riconoscibile un luogo e lo trasforma in casa.</p>
<p>Lo studio dell’Università di Bolzano assume allora un valore che supera l’ambito scientifico. Attraverso strumenti aperti e dati accessibili a tutti dimostra che anche il paesaggio può essere osservato, raccontato e custodito come patrimonio comune. Rendere visibili queste trasformazioni significa affermare che la qualità di un territorio non appartiene esclusivamente a chi lo abita, ma costituisce una responsabilità condivisa dell’intera comunità internazionale.</p>
<p>Questa consapevolezza introduce una questione che riguarda il nostro tempo. Il rischio più grande non è soltanto assistere alla distruzione dei paesaggi, ma abituarsi ad essa. Quando la devastazione diventa un’immagine ordinaria, il pensiero si impoverisce e si adatta lentamente all’idea che tutto sia sostituibile e che nulla possieda un valore intrinseco. È questa la forma più sottile della distopia contemporanea: non l’eccezionalità del disastro, ma la sua progressiva normalizzazione. Il pensiero rinuncia alla sua funzione critica e si limita ad amministrare l’inevitabile.</p>
<p>Adottare il paesaggio significa allora recuperare una diversa idea di civiltà. Esso non è un bene accessorio né un semplice patrimonio estetico né il mero fondale della storia. E il luogo in cui si riconosce il limite dell’azione umana, il punto di incontro tra memoria, natura e futuro. E uno spazio etico prima ancora che geografico. Ogni ferita inflitta è anche una ferita inferta alla civiltà.</p>
<p>Forse è da qui che occorre ripensare anche la pace. Non soltanto come cessazione delle ostilità, ma come ricostruzione delle relazioni che legano l’uomo alla terra e gli uomini tra loro. Una pace che non restituisce dignità ai paesaggi rimane incompiuta, perché ogni paesaggio custodisce una parte dell’identità di chi lo abita e, in fondo, dell’intera umanità.</p>
<p>Le immagini provenienti da Gaza ci ricordano dunque che il paesaggio non è il silenzioso spettatore della storia. Ne è una delle espressioni più profonde. Custodirlo significa custodire la memoria dei popoli, la responsabilità verso il presente e la possibilità stessa di immaginare un futuro diverso. In un’epoca che tende a considerare inevitabile ogni forma di distruzione, il paesaggio continua a insegnarci che la civiltà nasce sempre dalla cura delle relazioni e mai dalla loro negazione.</p>
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<h4 class="FirstParagraph"><b><span lang="EN-US">Le paysage comme conscience de la paix</span></b></h4>
<p>Chaque guerre laisse une trace visible dans le paysage, et chaque paysage blessé raconte quelque chose de la paix qui a disparu. Il n’est pas seulement le théâtre des événements, mais l’un des premiers lieux où se manifeste la rupture des relations entre les êtres humains, ainsi qu’entre l’homme et la terre.</p>
<p>L’étude menée par la Libera Università di Bolzano sur la transformation de la bande de Gaza dépasse largement le cadre d’une simple recherche scientifique. Les images satellitaires révèlent une réduction drastique de la végétation et une dégradation étendue des sols, mais leur portée va bien au-delà de la mesure d’un dommage environnemental : elles décrivent l’effacement progressif d’un paysage et nous invitent à réfléchir à sa signification dans l’histoire des communautés humaines, en tant que forme vivante de la mémoire collective.</p>
<p>Nous avons l’habitude de considérer le paysage comme un décor, une toile de fond sur laquelle se déroulent les événements. En réalité, il est le lieu où une civilisation prend forme. Chaque arbre, chaque champ cultivé, chaque équilibre entre la nature et la présence humaine raconte une longue histoire de relations, de travail, de mémoire et d’appartenance. Le paysage est la manifestation visible de la continuité entre les générations.<br />
C’est pourquoi sa transformation ne peut être interprétée uniquement comme une perte écologique. Lorsqu’un territoire est privé de son identité naturelle, le lien qui unit une communauté à son histoire s’affaiblit également. Ce n’est pas seulement un écosystème qui disparaît : c’est tout un système de significations qui se fissure, celui qui rend un lieu reconnaissable et le transforme en foyer.</p>
<p>L’étude de l’Université de Bolzano acquiert ainsi une portée qui dépasse le seul domaine scientifique. Grâce à des outils ouverts et à des données accessibles à tous, elle démontre que le paysage lui aussi peut être observé, raconté et préservé comme un patrimoine commun. Rendre visibles ces transformations revient à affirmer que la qualité d’un territoire n’appartient pas exclusivement à ceux qui l’habitent, mais qu’elle constitue une responsabilité partagée par l’ensemble de la communauté internationale.</p>
<p>Cette prise de conscience soulève une question essentielle pour notre époque. Le plus grand danger n’est pas seulement d’assister à la destruction des paysages, mais de s’y habituer. Lorsque la dévastation devient une image ordinaire, la pensée s’appauvrit et s’adapte progressivement à l’idée que tout est remplaçable et que rien ne possède une valeur intrinsèque. C’est là la forme la plus subtile de la dystopie contemporaine : non pas l’exception du désastre, mais sa progressive normalisation. La pensée renonce alors à sa fonction critique et finit par administrer l’inévitable.</p>
<p>Adopter le paysage, c’est retrouver une autre idée de la civilisation. Il n’est ni un bien accessoire, ni un simple patrimoine esthétique, ni le simple décor de l’histoire. Il est le lieu où se révèle la limite de l’action humaine, le point de rencontre entre la mémoire, la nature et l’avenir. Il constitue un espace éthique avant même d’être un espace géographique. Chaque blessure infligée au paysage est aussi une blessure infligée à la civilisation.</p>
<p>C’est peut-être à partir de là qu’il faut repenser la paix. Non seulement comme la fin des hostilités, mais comme la reconstruction des relations qui unissent l’homme à la terre et les hommes entre eux. Une paix qui ne rend pas leur dignité aux paysages demeure inachevée, car chaque paysage conserve une part de l’identité de ceux qui l’habitent et, au fond, de l’humanité tout entière.</p>
<p>Les images venues de Gaza nous rappellent ainsi que le paysage n’est pas le spectateur silencieux de l’histoire. Il en est l’une des expressions les plus profondes. Le préserver, c’est préserver la mémoire des peuples, la responsabilité envers le présent et la possibilité même d’imaginer un avenir différent. À une époque qui tend à considérer toute destruction comme inévitable, le paysage continue de nous enseigner que la civilisation naît toujours du soin porté aux relations, et jamais de leur négation.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<h4 class="FirstParagraph"><b><span lang="EN-US">المشهد الطبيعي بوصفه ضمير السلام</span></b></h4>
<p>تترك كل حرب أثراً ظاهراً في المشهد الطبيعي، ويحكي كل مشهد جريح شيئاً عن السلام الذي غاب. فالمشهد ليس مجرد مسرح للأحداث، بل هو أحد أول المواضع التي تتجلى فيها القطيعة بين الإنسان وأخيه الإنسان، وبين الإنسان والأرض.</p>
<p>إن الدراسة التي أنجزتها جامعة بولزانو الحرة حول التحولات التي شهدها قطاع غزة تتجاوز حدود البحث العلمي البحت. فقد أظهرت صور الأقمار الصناعية تراجعاً حاداً في الغطاء النباتي وتدهوراً واسعاً في التربة، إلا أن دلالاتها تتجاوز مجرد قياس الضرر البيئي، إذ تصف المحو التدريجي للمشهد الطبيعي، وتدعونا إلى التأمل في مكانته ضمن تاريخ المجتمعات الإنسانية بوصفه التعبير الحي عن الذاكرة الجماعية.</p>
<p>لقد اعتدنا أن ننظر إلى المشهد الطبيعي باعتباره خلفية تدور عليها الأحداث، بينما هو في الحقيقة الفضاء الذي تتشكل فيه الحضارة. فكل شجرة، وكل حقل مزروع، وكل توازن بين الطبيعة وحضور الإنسان يروي تاريخاً طويلاً من العلاقات والعمل والذاكرة والانتماء. إن المشهد الطبيعي هو التجسيد المرئي لاستمرارية الأجيال.</p>
<p>ولهذا لا يمكن تفسير تحوله باعتباره مجرد خسارة بيئية. فعندما يُحرم مكان ما من هويته الطبيعية، يضعف أيضاً الرابط الذي يصل المجتمع بتاريخه. وليس النظام البيئي وحده هو الذي يتضرر، بل تتصدع منظومة المعاني التي تجعل المكان معروفاً ومألوفاً، وتحوله إلى وطن.</p>
<p>ومن هنا تكتسب دراسة جامعة بولزانو قيمة تتجاوز المجال العلمي. فمن خلال أدوات مفتوحة وبيانات متاحة للجميع، تثبت الدراسة أن المشهد الطبيعي يمكن أيضاً أن يُرصد ويُروى ويُصان بوصفه تراثاً مشتركاً. إن إظهار هذه التحولات يعني التأكيد على أن جودة الأرض ليست ملكاً حصرياً لسكانها، بل هي مسؤولية مشتركة تقع على عاتق المجتمع الدولي بأسره.</p>
<p>وهذا الوعي يطرح سؤالاً جوهرياً يتعلق بعصرنا. فليس الخطر الأكبر هو مجرد مشاهدة تدمير المشاهد الطبيعية، بل الاعتياد على هذا التدمير. فعندما يصبح الخراب صورة مألوفة، يفتقر الفكر إلى حيويته ويتكيف تدريجياً مع فكرة أن كل شيء قابل للاستبدال، وأن لا شيء يمتلك قيمة أصيلة. وهنا تتجلى أكثر صور الديستوبيا المعاصرة خفاءً: ليس في استثنائية الكارثة، بل في تحولها التدريجي إلى أمر طبيعي. وهكذا يتخلى الفكر عن وظيفته النقدية ويكتفي بإدارة ما يبدو وكأنه أمر لا مفر منه.</p>
<p>إن تبني المشهد الطبيعي باعتباره قيمة إنسانية يعني استعادة مفهوم مختلف للحضارة. فهو ليس قيمة ثانوية، ولا مجرد إرث جمالي، ولا خلفية صامتة للتاريخ. إنه المكان الذي يدرك فيه الإنسان حدود فعله، ونقطة التقاء الذاكرة بالطبيعة وبالمستقبل. إنه فضاء أخلاقي قبل أن يكون فضاءً جغرافياً. وكل جرح يُلحق بالمشهد الطبيعي هو في الوقت نفسه جرح يُلحق بالحضارة.</p>
<p>ولعل من هنا ينبغي أيضاً إعادة التفكير في معنى السلام، لا باعتباره مجرد توقف للأعمال العدائية، بل باعتباره إعادة بناء للعلاقات التي تربط الإنسان بالأرض وتربط البشر بعضهم ببعض. فالسلام الذي لا يعيد الكرامة إلى المشاهد الطبيعية يبقى سلاماً ناقصاً، لأن كل مشهد يحتفظ بجزء من هوية سكانه، ومن هوية الإنسانية جمعاء.</p>
<p>إن الصور القادمة من غزة تذكرنا بأن المشهد الطبيعي ليس شاهداً صامتاً على التاريخ، بل هو أحد أعمق تجلياته. وحمايته تعني حماية ذاكرة الشعوب، والمسؤولية تجاه الحاضر، وإمكانية تخيل مستقبل مختلف. وفي زمن يميل إلى اعتبار كل أشكال الدمار أمراً لا مفر منه، يواصل المشهد الطبيعي تعليمنا أن الحضارة تولد دائماً من رعاية العلاقات، لا من إنكارها.</p>
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