Oltre 35 mila morti e dispersi dal 2014. Mentre diminuiscono gli arrivi verso l’Europa, attraversare il mare diventa più pericoloso.
Il Mediterraneo continua a essere una delle frontiere migratorie più pericolose al mondo. Dal 2014 al 24 settembre 2026, oltre 35 mila persone sono morte o risultano disperse lungo le tre principali rotte che conducono verso l’Europa.
A ricordarlo, alla vigilia della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza del 3 ottobre, è Fondazione ISMU sulla base dei dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM).
Solo dall’inizio del 2026 sono 1.971 le persone morte o disperse durante la traversata del Mediterraneo.
La rotta più pericolosa resta quella del Mediterraneo centrale, soprattutto nel tragitto dalla Libia verso l’Italia. Ma negli ultimi anni è cresciuto il numero delle vittime anche lungo la rotta occidentale verso la Spagna: nei primi nove mesi del 2026 questa direttrice ha concentrato il 31% delle vittime registrate nel Mediterraneo.
Il dato forse più significativo riguarda però il rapporto tra partenze e mortalità.
Secondo IOM, nei primi quattro mesi del 2026 gli arrivi irregolari in Europa sono diminuiti del 46% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nello stesso arco di tempo, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, il numero delle persone morte è più che raddoppiato.
Meno traversate, dunque, non significa necessariamente meno vittime.
È un elemento che sposta l’attenzione dal solo numero degli arrivi alle condizioni nelle quali avvengono gli spostamenti: rotte percorse, condizioni meteorologiche, imbarcazioni utilizzate, capacità di soccorso, tempi di intervento e vulnerabilità delle persone che affrontano il viaggio.
Anche il Mediterraneo orientale ha registrato un aumento delle vittime, mentre a occidente si sono intensificati i movimenti verso la Spagna, comprese Ceuta e Melilla.
A tredici anni dal naufragio del 3 ottobre 2013 davanti a Lampedusa, nel quale morirono 368 persone, i numeri descrivono quindi una realtà che non appartiene al passato.
Il Mediterraneo rimane contemporaneamente spazio di mobilità, frontiera e luogo di perdita di vite umane.
Per una regione che vuole costruire relazioni più stabili tra le due sponde, il tema delle migrazioni non può essere affrontato esclusivamente nel momento dell’arrivo sulle coste europee. Richiede cooperazione tra Paesi di origine, transito e destinazione, strumenti comuni di prevenzione e soccorso e politiche capaci di intervenire sulle condizioni economiche, sociali e politiche che alimentano le partenze.
I numeri restano, infine, nella loro essenzialità: oltre 35 mila morti e dispersi in dodici anni. Quasi duemila nei primi nove mesi del 2026.
Sono la misura di una questione mediterranea ancora aperta.
