Umanesimo latinoamericano e socialismo

Umanesimo latinoamericano e socialismo

Il socialismo come teoria per la trasformazione del capitalismo è nato nell’Europa del XIX secolo. Tuttavia, le idee relative all’equità sociale, alla proprietà comunitaria, alla critica all’accumulazione di ricchezza, al benessere collettivo e alla giustizia sociale hanno una lunga storia sia in quel continente che in America Latina.

Il primo elemento da considerare è la lotta delle classi dominate contro lo sfruttamento. Rivolte, ribellioni e rivoluzioni sono ampiamente conosciute e studiate fin dall’Antichità, una delle fasi della cronologia storica eurocentrica. In America Latina tali lotte sono ben documentate fin dall’epoca coloniale, il che non esclude l’esistenza di conflitti sociali nelle culture indigene. Nell’epoca repubblicana della regione sono documentate le costanti reazioni sociali contro i regimi oligarchici. Ma è nel XX secolo, con lo sviluppo del capitalismo, che si manifesta, con sempre maggiore chiarezza, la lotta di classe, nei termini formulati da Karl Marx.

I processi di lotta sociale sono sempre stati determinanti per la nascita di teorie che non solo li interpretavano, ma cercavano di risolverli. Nell’antichità, il filosofo Platone, ad esempio, immaginò una società governata dai filosofi e caratterizzata persino dall’abolizione della proprietà privata. Nel cristianesimo primitivo, i Padri della Chiesa condannarono il possesso privato dei beni, che, come la terra, erano stati donati da Dio a tutti gli esseri umani e non solo a pochi. Durante il Medioevo e il Rinascimento emersero pensatori che criticarono la disuguaglianza. Tommaso Moro descrisse nella sua Utopia (1516) un’isola fondata sulla proprietà collettiva, sul lavoro comunitario e sull’assenza di denaro. I diversi e precoci socialismi utopistici di Saint-Simon, Fourier e Owen nel XIX secolo costituirono proposte di soluzione al capitalismo della prima rivoluzione industriale.

I processi latinoamericani, così diversi da quelli europei, hanno seguito un proprio percorso. Nonostante il brutale colonialismo imposto all’inizio del XVI secolo, non si riuscì a distruggere la base comunitaria dell’ayllu incaico o del calpulli azteco. E le missioni gesuite guaranì dei secoli XVII e XVIII mantennero società comunitarie. Tuttavia, a partire dal XIX secolo sorsero pensatori che mettevano severamente in discussione le eredità coloniali basate sullo sfruttamento umano e le nuove forme di oppressione repubblicane. Uno degli autori che si è dedicato allo studio delle teorie sociali dell’epoca repubblicana è il filosofo e docente cubano Pablo Guadarrama, il quale ha difeso l’autenticità e l’originalità di numerosi autori, le cui concezioni non si riducono a una semplice «copia» delle idee europee. Furono artefici di un pensiero emancipatorio, umanista e persino premarxista, tra cui: Simón Rodríguez (Venezuela), il maestro di Simón Bolívar; José Martí (Cuba), Juan Bautista Alberdi (Argentina), Manuel González Prada (Perù), Ignacio Ramírez “Nigromante” (Messico), Tobías Barreto (Brasile). Aggiungiamo l’ecuadoriano Juan Montalvo. Tutti loro hanno posto le fondamenta di una lunga tradizione di umanesimo latinoamericano che è alla base del senso di giustizia sociale. Hanno intuito la necessità di cambiare le condizioni di vita materiali, potenziare l’istruzione, realizzare la giustizia. Un’«utopia teorica» sulla cui ricchezza si è fondato il marxismo del XX secolo.

Nel corso del XIX secolo l’America Latina fu teatro di numerose ribellioni contadine e indigene, nonché di movimenti di artigiani e di mutue. Con il XX secolo arrivarono gli scioperi e i sindacati. Il capitalismo avanzò sulla scia di terribili massacri: Santa María de Iquique in Cile (1907), Cananea (1906) e Río Blanco (1907) in Messico, la Settimana Tragica in Argentina (1919), quella degli operai a Guayaquil, in Ecuador (1922), o le Bananeras in Colombia (1928). Il primo segnale di opposizione al sistema fu la Rivoluzione messicana del 1910. E per quell’epoca erano già emerse idee indigeniste e agrariste, anarchiche, anarcosindacaliste, corporativiste e persino cattoliche basate sulla dottrina sociale della Chiesa, che denunciavano apertamente il capitalismo sfruttatore e sostenevano una società «socialista» o comunitaria, che abolisse la ricchezza e la proprietà privata. In quello stesso contesto, l’arrivo del marxismo nella regione e la nascita dei primi partiti socialisti e comunisti contribuirono in modo determinante ad arricchire le teorie basate sull’umanesimo latinoamericano con i fondamenti scientifici apportati dal marxismo. In quel contesto José Carlos Mariátegui (1894-1930) fu un geniale innovatore, rompendo con i dogmi del marxismo «ufficiale» dell’Unione Sovietica e generando un avanzamento marxista cruciale, individuando nella comunità indigena delle Ande e nel suo sistema di proprietà collettiva una base reale per la costruzione della nuova società socialista e comunista.

Tralasciando fatti e tempi, la Rivoluzione cubana del 1959 non nacque solo dalla necessità di porre fine al dominio oligarchico, alla feroce dittatura di Fulgencio Batista e alla presenza monroista degli Stati Uniti, ma si radicò in una storia latinoamericana che aveva coltivato ideali egualitari, umanistici, comunitaristi, operai e anticapitalisti delle epoche precedenti. E poiché è diventata un esempio per la regione, Cuba è l’unico paese al mondo ad aver subito il peso di un embargo che dura da oltre sei decenni, uno Stato che attualmente sopporta un suo totale inasprimento in mezzo a minacce di ingerenza, e che è stato impedito di raggiungere lo sviluppo che sperava. Questo strangolamento ha messo a rischio la vita dell’intera popolazione. Tuttavia, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, guidato dalla Dottrina Monroe del Corollario di Trump, ha pubblicato il documento «Cuba. La capitale del comunismo del XXI secolo» (https://t.ly/htlih), che travisa e ignora la storia latinoamericana, inaugura una nuova era di neomaccartismo e rappresenta una minaccia per tutte le forze di sinistra della regione.

L’avanzata dell’estrema destra in America Latina sfrutta le nuove condizioni geopolitiche. I suoi governi, che rappresentano le oligarchie imprenditoriali, non hanno idea di cosa sia l’umanesimo latinoamericano. Mettono addirittura in discussione le istituzioni e i diritti nati dal liberalismo classico, che nel XIX secolo ha sancito i diritti individuali – civili e politici – e il contrappeso delle funzioni dello Stato. Non conoscono limiti nel minare le democrazie liberali, un fenomeno che diversi studi individuano in alcuni governi attuali, come quelli di Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, El Salvador, Honduras o Paraguay, che figurano tra quelli che hanno aderito allo «Scudo delle Americhe» convocato da Donald Trump (https://t.ly/oHZZW).

Nella regione prevale la costruzione di economie basate sui profitti di gruppi economici – e dinastici – che strumentalizzano la corruzione privata, la riduzione dello Stato, il saccheggio della natura, la remissione e l’elusione fiscale e l’intensificazione dello sfruttamento di ogni tipo di lavoratore, grazie alla «flessibilità» lavorativa. A ciò si aggiunge il nuovo e inedito fenomeno della criminalità e della delinquenza organizzata, per il quale il neoliberismo non ha risposte, poiché distrugge le capacità dello Stato di controllare le fonti irregolari di ricchezza.

Storicamente, quindi, non ha senso accusare il marxismo, il «comunismo» e ogni tipo di sinistra di essere le grandi «minacce» del XXI secolo. La storia dell’umanesimo latinoamericano lo smentisce. E oggi le lotte contro il potere concentrato nelle mani delle élite ricche continuano, nonostante le condizioni avverse che le nuove destre latinoamericane hanno creato per l’azione e la mobilitazione dei popoli.